«Bisogna intervenire subito perché ogni casa vuota è un’occasione persa per una famiglia che ha bisogno di un tetto. Servono politiche rapide per rimettere questi spazi a disposizione dei cittadini». Sono le parole di Marco Buttieri, presidente di Federcasa — la federazione che riunisce gli enti gestori delle case popolari italiane — pronunciate durante un convegno di Ater Udine sulla rigenerazione urbana, quando ha spiegato che il finanziamento di 970 milioni di euro destinato al recupero delle case popolari sfitte è stato sospeso per le conseguenze dell’attacco americano e israeliano all’Iran. Soldi a fondo perduto, stanziati dal Ministero delle Infrastrutture per recuperare le 60-90mila abitazioni di edilizia residenziale pubblica oggi chiuse per mancate manutenzioni. Non è una notizia isolata. È la puntata finale di una storia iniziata oltre un anno fa, fatta di annunci roboanti, cifre che si sgonfiano a ogni passaggio e decreti attuativi che non arrivano mai.
Al Meeting di Rimini 2025, la premier Giorgia Meloni, d’intesa con il ministro Salvini, aveva annunciato un “Piano Casa Italia” decennale, un intervento strutturale da circa 15 miliardi di euro, finalizzato a calmierare i prezzi degli affitti e favorire l’acquisto della prima casa per giovani coppie e ceto medio. A novembre 2025 tocca al ministro per gli Affari Europei Tommaso Foti abbassare l’asticella spiegando che il piano avrebbe avuto una dimensione superiore agli 8 miliardi di euro, con investimenti anche di privati. A dicembre, però, la legge di bilancio racconta una storia diversa. Nero su bianco, nella manovra, si trovano 50 milioni per il 2027, 50 milioni per il 2028, e nulla per il 2026. In totale, sommando tutti gli stanziamenti sparsi tra le diverse leggi, si arriva a circa 970 milioni spalmati tra 2026 e 2030.
Troppo poco. Secondo Carlo Cottarelli, per costruire 100mila alloggi servirebbero almeno 25 miliardi di euro, mentre secondo il segretario di Fillea-Cgil Antonio Di Franco la cifra adatta sarebbe di 35 miliardi. Anche Confindustria, ai ferri corti con il governo dopo il taglio retroattivo del credito d’imposta legato a Transizione 5.0, chiede da tempo un piano casa nazionale
Alla conferenza stampa di inizio anno, Meloni corregge il tiro: il governo è «in dirittura di arrivo» con il piano, che però si ridimensiona a 100mila nuove case a prezzi calmierati nei prossimi dieci anni, al netto delle case popolari. Il 25 febbraio 2026, durante un question time alla Camera, Salvini aveva rilanciato il progetto: 1 miliardo e 200 milioni di euro per recuperare circa 60mila alloggi, restituendoli alle famiglie che sono in lista d’attesa. Cantieri già nel 2026, promette il ministro. Dieci giorni dopo il decreto doveva approdare in Consiglio dei Ministri. Non è mai arrivato. Il decreto attuativo – che avrebbe reso il piano operativo – era già in ritardo sulla tabella di marcia originaria, con il termine dei 180 giorni già scaduto. Poi è arrivata la notizia della sospensione.
Il meccanismo è chiaro: i costi della guerra in Iran – lo shock energetico, i rincari delle materie prime, l’aumento delle spese militari – stanno erodendo le risorse disponibili per la spesa sociale. E la casa è tra le prime voci a saltare.
«Ancora una volta il governo usa le paventate risorse destinate al recupero delle case popolari sfitte come un bancomat», scrive [1] Massimo Pasquini, voce storica dell’associazionismo per il diritto all’abitare, sul blog de Il Fatto Quotidiano. «Non abbiamo bisogno di finanziare il riarmo né, tantomeno, affrontare l’aumento dei costi energetici con il taglio delle spese sociali, in particolare per l’abitare».
Il quadro che emerge non riguarda solo i 970 milioni sospesi. Già in precedenza il governo aveva azzerato il fondo contributo affitti – una misura vitale per le famiglie in difficoltà – e aveva svuotato il fondo istituito dalla legge del 2014 per il recupero dell’edilizia pubblica. La guerra è diventata la giustificazione, ma il disimpegno sulla casa è strutturale.
L’ultima scommessa del governo sarebbe quella di affidarsi ai capitali privati con una partership che preveda canoni “calmierati”. «La partnership pubblico-privata, per come sta andando finora soprattutto in Italia, è fallimentare. Il caso più eclatante è quello degli studentati: si danno finanziamenti e agevolazioni fiscali ai grandi fondi, e poi gli stessi grandi fondi fanno profitti, non mettendo gli alloggi a prezzi effettivamente calmierati», sottolinea Giulia Scuderi, europarlamentare di Alleanza Verdi-Sinistra.
Ma dietro la polemica politica, restano i problemi reali dei cittadini. Secondo i dati di Federcasa e dei principali osservatori regionali, aggiornati al 2024-2025, in Italia vengono assegnati mediamente tra i 15mila e i 20mila alloggi popolari l’anno. Ma le famiglie in graduatoria sono circa 650mila. Solo il 3% di chi è in lista riesce a ottenere una casa [2]. Nel settore in edilizia privata, nel frattempo, tra il 2020 e il 2024 sono state costruite circa 280-300mila nuove abitazioni. Tutte a prezzi di mercato e nessuna per chi ne ha davvero bisogno.
Nel frattempo, mentre il 4° Rapporto Federproprietà-Censis stima [3] in 8,5 milioni le “case dormienti”, non utilizzate o sotto-utilizzate, il 15,5% delle famiglie italiane vive in condizioni di disagio abitativo, con 1,5 milioni di nuclei in situazione grave o acuta. A fine 2026 i canoni di locazione cresceranno dell’8,1% su base nazionale, con punte del 9,3% a Bari. Gli affitti per studenti universitari sono già cresciuti del 9,5% su base annua. E il 79% dei giovani italiani tra i 20 e i 29 anni, secondo l’OCSE, vive ancora con i genitori.