«L’Italia non ha rispettato i propri obblighi internazionali ai sensi dello Statuto di Roma, impedendo alla Corte di esercitare le proprie funzioni e poteri ai sensi dello Statuto». Così la presidenza della Corte Penale Internazionale (CPI [1]) ha annunciato il deferimento dell’Italia all’Assemblea degli Stati membri per le sue inadempienze sul caso Almasri, il torturatore libico rimpatriato con volo di Stato dal governo nonostante il mandato di cattura internazionale emesso dallo stesso tribunale. Non avendo la CPI strumenti coercitivi, il deferimento non comporta sanzioni dirette, ma può avere effetti pratici indiretti, aprendo un caso politico e diplomatico di notevole portata, con possibili ripercussioni sulla credibilità internazionale di Roma nel rispetto dei propri obblighi e della legge internazionali. L’Assemblea potrà ora emettere risoluzioni, chiedere spiegazioni o adottare raccomandazioni sulla condotta dell’Italia e sulle sue future modalità di collaborare con la CPI.
La CPI ha emesso la decisione di deferire l’inadempimento da parte dell’Italia alla richiesta di cooperazione sul caso Almasri all’Assemblea degli Stati membri lo scorso 26 gennaio; la presidenza dell’Assemblea ha trasmesso la decisione al presidente tre giorni dopo e ieri, 1° aprile, ha convocato un rappresentante dell’Italia a una riunione per «discutere le implicazioni della decisione della Corte in merito alla sua mancata cooperazione e per presentare il suo punto di vista su come intende cooperare con la Corte in futuro». L’annuncio del deferimento è arrivato oggi. La CPI spiega che tale decisione è stata presa perché l’Italia non ha eseguito «correttamente la richiesta della Corte di arresto e consegna del signor Njeem [ndr. Almaseri] mentre si trovava sul territorio italiano», e non ha «cooperato con» né «consultato» la «Corte per risolvere le presunte questioni derivanti dall’emissione del mandato d’arresto e dalla presunta richiesta concorrente di estradizione». L’ufficio della presidenza ha dichiarato che «presenterà una relazione sulle azioni intraprese, unitamente a eventuali raccomandazioni, alla prossima sessione dell’Assemblea», in cui i membri saranno chiamati a esprimersi sul caso.
Almasri, soprannominato «il torturatore di Tripoli» dalle organizzazioni che investigano la situazione delle persone migranti in Libia, si trovava a Torino quando, il 19 gennaio 2025, è stato arrestato [2] dalle forze dell’ordine italiane su segnalazione dell’Interpol. Su di lui pendeva un ordine di arresto segreto della Corte Penale Internazionale (CPI) con l’accusa di crimini di guerra e contro l’umanità, principalmente per quanto accade all’interno delle carceri libiche. La Corte d’Appello di Roma ha però giudicato «irrituale» l’operazione, sostenendo che la polizia italiana non avesse l’autorità per agire, come prevedono le norme sulla cooperazione con la Corte dell’Aia, senza una preventiva autorizzazione del ministro della Giustizia. Il ministro della giustizia Nordio, a quel punto, avrebbe potuto sanare la situazione dando l’autorizzazione per convalidare l’arresto, ma non è intervenuto.
In una informativa [3] al Parlamento, Nordio si è difeso dicendo che il mandato è «arrivato in lingua inglese senza essere tradotto con una serie di criticità che avrebbero reso impossibile l’immediata adesione del ministero alla richiesta arrivata dalla Corte d’appello». Tra questa sorta di barriera linguistica, cui Nordio ha fatto più volte riferimento, e il «pasticcio» formale della CPI, il guardasigilli – almeno secondo la sua versione – avrebbe tardato nella lettura degli atti, che in ogni caso avrebbe giudicato «nulli». Così, Almasri è stato scarcerato, con il ministro dell’Interno Piantedosi che ha firmato un decreto di espulsione, dichiarandolo «soggetto pericoloso» e vietandogli l’ingresso in Italia per 15 anni. Almasri è stato quindi riportato in Libia su un aereo dei servizi segreti italiani, per venire arrestato [4] dalle stesse autorità di Tripoli lo scorso novembre.
Investito della questione in seguito alla denuncia presentata sul caso dall’avvocato Luigi Li Gotti, lo scorso agosto il Tribunale dei Ministri aveva archiviato [5] la posizione della premier Giorgia Meloni, chiedendo invece l’autorizzazione a procedere per i ministri Nordio e Piantedosi e per il sottosegretario Alfredo Mantovano, indagati per favoreggiamento, con ulteriori accuse di peculato e rifiuto di atti d’ufficio. Il 9 ottobre, la Camera dei deputati ha però respinto definitivamente la richiesta di processare i tre membri del governo: come previsto, la maggioranza di centrodestra ha votato compatta contro l’autorizzazione a procedere: 251 voti contrari per Nordio, 252 per Mantovano e 256 per Piantedosi, con circa venti voti provenienti anche da parte dell’opposizione. L’esito ha comportato l’archiviazione delle indagini.