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PFAS: i Paesi europei (forse) si apprestano a intervenire, lobby permettendo

L’Unione Europea accelera sul fronte della regolamentazione degli PFAS, i composti chimici sintetici noti come “inquinanti eterni”, approvando nuovi standard di qualità delle acque in parallelo alla pubblicazione di rinnovate raccomandazioni scientifiche dell’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche (ECHA). Secondo l’ECHA, gli PFAS rappresentano un rischio crescente per la salute umana e per l’ambiente. Nel rapporto [1] diffuso dall’agenzia si sottolinea che queste sostanze, in alcuni casi associate a patologie gravi come tumori e disturbi della riproduzione, “persistono a lungo nell’ambiente, percorrono lunghe distanze e contaminano le falde acquifere e il suolo”. La conclusione è che le misure attualmente in vigore non sono sufficienti e servono nuove norme a livello comunitario. Una richiesta finalmente senza mezze misure, tuttavia già avanzata da decenni di battaglie sociali supportate da ormai inespugnabili evidenze scientifiche.

Il Comitato per la Valutazione dei Rischi (RAC) dell’ECHA ha in particolare espresso un parere chiaro sulla proposta di restrizione degli PFAS avanzata nel 2023 da Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia: una restrizione ampia, idealmente senza deroghe, sarebbe la misura più efficace per ridurre l’impatto di queste sostanze per- e polifluoroalchiliche. Anche laddove venissero concesse eccezioni, queste comporterebbero “emissioni aggiuntive” e “rischi incontrollati” dato che non esistono livelli sicuri di emissione per queste sostanze. Diverso, ma solo in parte, l’approccio del Comitato per l’analisi socio-economica (SEAC), che nella sua bozza di parere sostiene anch’esso una restrizione ampia, ma accompagnata da deroghe mirate nei casi in cui manchino alternative tecniche o i costi siano considerati sproporzionati. Tuttavia, lo stesso SEAC evidenzia come la scarsità di dati forniti dall’industria renda difficile valutare pienamente l’impatto economico delle restrizioni. La consultazione pubblica su questo parere resterà aperta fino al 25 maggio e il documento finale è atteso entro il 2026. A quel punto, la Commissione europea dovrà tradurre le indicazioni scientifiche in una proposta legislativa nell’ambito del regolamento sulle sostanze chimiche REACH.

In parallelo, il Parlamento europeo ha già approvato nuovi standard sull’inquinamento idrico, inserendo ufficialmente gli PFAS tra le principali sostanze da monitorare e limitare non solo nelle acque potabili, ma anche in fiumi, laghi e falde sotterranee. Le nuove regole forniscono inoltre agli Stati membri strumenti più chiari per intervenire: dall’inasprimento delle autorizzazioni agli scarichi industriali alla limitazione di pesticidi nocivi, fino agli investimenti nei sistemi di trattamento delle acque reflue. L’obiettivo è integrare queste misure nei Piani di gestione dei bacini idrografici per il periodo 2028-2033. Secondo l’European Environmental Bureau, questa svolta normativa [2] arriva in un momento critico, in cui la pressione sulle risorse idriche europee è in aumento proprio a causa dell’inquinamento. La stessa organizzazione denuncia però anche tempistiche troppo dilatate, con gli Stati membri avranno tempo fino al 2039, con possibili proroghe fino al 2045, per conformarsi pienamente agli standard. Il ritardo nell’adozione di misure efficaci potrebbe avere conseguenze economiche enormi. Un recente studio commissionato dall’UE stima [3] che i costi legati all’inquinamento da PFAS oscillino già oggi tra i 440 e oltre 1000 miliardi di euro. Proiezioni a lungo termine indicano cifre fino a 1700 miliardi entro il 2050, considerando bonifiche ambientali e costi sanitari. Sul piano sanitario, le evidenze continuano invece ad accumularsi. Già nel 2023 uno studio condotto da trenta scienziati dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), certificava [4] che alcune sostanze della famiglia PFAS, PFOA e PFOS, sono rispettivamente cancerogeni “certi” e “probabili” per l’uomo, grazie a prove di correlazione causale con tumori renali e testicolari. Altri effetti, ormai ampiamente [5] avvallati dalla comunità scientifica, includono alterazioni metaboliche e dei sistemi immunitario, riproduttivo e neuroendocrino.

Nonostante il crescente consenso scientifico sulla pericolosità degli PFAS, il percorso verso una regolazione stringente resta accidentato. Diversi settori industriali continuano a difendere l’uso di queste sostanze, ritenute essenziali in numerosi processi produttivi. Un’inchiesta [6] dell’organizzazione no-profit F-Minus ha evidenziato come alcune grandi società statunitensi di lobbying operino sia rappresentando le industrie chimiche, contro le restrizioni, e sia organizzazioni sanitarie o ambientali, a favore di norme più severe. Questo fenomeno in definitiva contribuisce in ogni caso a rallentare o indebolire le normative, pur garantendo profitti ai gruppi di pressione. Secondo il rapporto, tali dinamiche hanno già portato all’affossamento o all’annacquamento di diverse proposte legislative negli Stati Uniti. In Europa – come denunciato [7] da innumerevoli lotte popolari – la situazione non è troppo distante con il rischio che, ancora una volta, il principio di precauzione a tutela della salute pubblica venga subordinato a interessi economici di breve periodo.

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Simone Valeri

Laureato in Scienze Ambientali e in Ecobiologia, attualmente frequenta il Dottorato in Biologia ambientale ed evoluzionistica della Sapienza. Oltre alle attività di ricerca, si dedica al giornalismo ambientale e alla divulgazione scientifica.