Si trovano nella regione di Masafer Yatta, nel sud della Cisgiordania occupata, per affiancare le famiglie palestinesi sotto attacco, documentare le violenze israeliane e ostacolare con la presenza sul terreno demolizioni e aggressioni di coloni ed esercito israeliano. Sono gli attivisti dell’International Solidarity Movement, un gruppo internazionale nato nel 2001, durante la Seconda Intifada, oggi attivo anche nella Valle del Giordano e vicino a Ramallah. Si tratta di attivisti sostenitori di forme di lotta non violenta, della cui rete fece parte anche Vittorio Arrigoni, insieme ad altri attivisti internazionali come lui uccisi durante le missioni di solidarietà.
«L’International Solidarity Movement è un movimento internazionale che sta al fianco dei palestinesi che resistono sulla propria terra. Supportiamo la lotta popolare palestinese e le pratiche di azione diretta nonviolenta contro l’occupazione israeliana». Maria è italiana: si è unita a ISM [1] un paio di anni fa, quando è venuta per la prima volta in Cisgiordania. Ora è nella regione di Masafer Yatta, nel sud dei territori occupati, dove insieme ad altri attivisti internazionali supporta le famiglie palestinesi che si oppongono alla pulizia etnica in corso. «Qui in Cisgiordania occupata, la violenza non fa che aumentare. Incendi, aggressioni, furti di bestiame e materiali, danneggiamenti alle infrastrutture… Ma anche omicidi. Gli attacchi dei coloni e dell’esercito alle comunità palestinesi sono quotidiani». Maria è in Palestina da un paio di mesi: insieme ad un’altra dozzina di attivisti provenienti da tutto il mondo dorme in varie comunità intorno alla Firing Zone 918, la terra che il film No Other Land ha reso celebre. «Molte famiglie ci chiedono supporto. Con l’aumento delle aggressioni dei coloni, c’è più paura. Ma la resistenza continua.»
ISM è nato durante la Seconda Intifada, nel 2001. «Durante quegli anni il governo israeliano ha iniziato a costruire il muro per separare la Cisgiordania dai territori occupati nel 1948, rubando altre terre, dividendo famiglie e isolando intere comunità. Gli attivisti internazionali, insieme ai palestinesi, hanno supportato azioni dirette contro la costruzione del muro di apartheid, organizzato marce e partecipato a proteste». Omar fa parte della vecchia guardia. È uno dei palestinesi che ha iniziato il movimento che va avanti da ormai oltre 20 anni. «Ora ISM è presente soprattutto nella regione di Masafer Yatta, nella Valle del Giordano e in alcune comunità sotto costante attacco vicino a Ramallah. L’obiettivo è sostenere le famiglie che resistono alla violenza d’Israele, documentare quello che succede e sostenere le lotte popolari su tutto il territorio». Omar, di storie, ne ha viste tante. Racconta come alcune decine di attivisti di ISM fossero riusciti a entrare nel quartier generale di Arafat, per rompere l’assedio dell’esercito israeliano e servire come scudi umani. Pratica che fu poi utilizzata anche per rompere il famoso assedio alla Basilica della Natività di Betlemme, sempre nel 2002, quando 200 palestinesi avevano trovato rifugio nella chiesa e vi si erano barricati. I carri armati di Tel Aviv li aspettavano fuori e una decina di attivisti di ISM era riuscita a entrare portando provviste, nell’idea che la presenza di internazionali potesse servire ad abbassare il livello della violenza israeliana. In quei casi, aveva funzionato. «Il movimento segue la leadership palestinese; ha scelto la via della non-violenza, come strategia per durare negli anni, e supporta le azioni dirette. Si basa sul consenso: non è un movimento gerarchico, ma cerca di essere il più orizzontale possibile».
Il movimento partecipa alla raccolta [2] delle olive, uno dei momenti più delicati dell’anno per migliaia di famiglie palestinesi che a causa delle aggressioni di coloni e militari spesso non possono accedere alle proprie terre. Ma è attivo tutto l’anno: ad al-Khalil accompagna i bambini a scuola tra i check-points, nella Valle del Giordano è al fianco dei pastori minacciati dai coloni, a Masafer Yatta si oppone alle demolizioni delle case palestinesi prese di mira dai soldati. Da tutta la Cisgiordania documenta gli abusi e gli attacchi che la popolazione palestinese subisce dalla fondazione dello stato di Israele e con sempre più violenza dal 7 di ottobre 2023.
«In passato avevamo anche delle squadre a Gaza. È lì che tre attivisti di ISM sono morti; Rachel Corrie, uccisa da un bulldozer mentre resisteva a una demolizione di una casa, Tom Hurndall, colpito da un cecchino delle IDF, e Vittorio Arrigoni» continua Omar. «Negli anni abbiamo supportato proteste contro nuove colonie, manifestazioni contro le demolizioni, marce per il diritto al ritorno nelle nostre terre rubate nel 1948 e contro il genocidio a Gaza. Gli attivisti giocano sul privilegio del loro passaporto, anche se ormai conta sempre meno. Gli israeliani attaccano anche gli internazionali: qui in Cisgiordania, a settembre 2024, durante una protesta è stata uccisa Ayşenur Eygi, attivista turco-americana con ISM. Ma portare solidarietà, ricordare ai palestinesi che non sono soli, dà speranza». Per Omar, la maggior parte del lavoro degli attivisti, comincia quando rientrano a casa. «È importante venire in Palestina per rendersi conto della situazione, per capire, per mostrare la propria solidarietà ai palestinesi qui. Ma la vera attività inizia dopo: la cosa più importante è esercitare pressione sui governi europei e americani, affinché cessino di armare Israele, smettano di sostenere l’occupazione e riconoscano i nostri diritti alla libertà e all’indipendenza».
Maria aggiunge: «la violenza sta aumentando e va di pari passo con il tentativo di annessione dell’intera Cisgiordania. La repressione verso gli attivisti di ISM è cresciuta negli ultimi due anni: ci sono state molte intimidazioni, arresti, deportazioni. Non vogliono occhi che vedano quello che fanno, non vogliono testimoni. Anche per questo la nostra presenza qui è importante. E c’è sempre bisogno di nuove persone». Il movimento accetta solidali da tutto il mondo in linea con i loro principi [3] etici e con le loro pratiche, per un periodo minimo di tre settimane. «Continueremo il nostro lavoro, qui in Cisgiordania e nei nostri paesi di origine. Finché la Palestina non sarà libera».