Dopo avere concesso ai membri dei servizi segreti di assumere il comando di organizzazioni criminali e terroristiche, il governo Meloni punta alle carceri. Un articolo del nuovo decreto sicurezza [1] estende infatti i casi in cui gli ufficiali della polizia giudiziaria possono condurre operazioni “sotto copertura”, aprendo alle missioni di infiltrazione nelle strutture detentive. Il decreto – che oggi si trova in esame presso la Commissione Affari Costituzionali del Senato – permette agli agenti coinvolti in inchieste relative a diversi reati, tra cui quelli legati ai casi di terrorismo e droga, di ricevere, acquistare, nascondere, e ostacolare l’individuazione di denaro e beni legati alle indagini; tale intervento, «rischia di acuire la conflittualità, alimentando diffidenza e sospetto generalizzato tra detenuti e operatori», osserva l’associazione Antigone. «Il risultato è la trasformazione dell’istituzione penitenziaria in un presidio di sicurezza interna, dove la gestione delle tensioni assume i tratti dell’intervento di polizia più che del governo trattamentale».
L’articolo [2] che permette alla polizia giudiziaria di infiltrarsi tra i detenuti propone una modifica all’articolo 9, comma 1, della legge n. 146 [3] del 2006, che regola proprio le «operazioni sotto copertura»; il decreto dispone che «gli ufficiali di polizia giudiziaria appartenenti ai nuclei investigativi del Corpo di polizia penitenziaria» non sono punibili nel casi in cui mettano in pratica condotte che costituirebbero reato con la finalità di raccogliere prove nell’ambito di indagini relative a diversi reati. I reati per cui possono infiltrarsi sono quelli legati a: rivolta, terrorismo, droga, corruzione, concussione, peculato, tortura e violenza sessuale – compresi i casi di violenza di gruppo e abuso su minori. Gli agenti coinvolti nelle indagini non sono punibili se: acquistano, ricevono (o accettano in offerta o promessa), sostituiscono o nascondono denaro documenti, sostanze stupefacenti e in generale beni e oggetti legati al reato sotto indagine; gli agenti possono analogamente ostacolare l’individuazione degli stessi beni, consentirne l’impiego e compiere attività che potrebbero portare a una delle azioni elencate.
«La previsione di operazioni sotto copertura all’interno degli istituti di pena segna un ulteriore slittamento del carcere da luogo deputato all’esecuzione della pena in funzione rieducativa a spazio governato secondo logiche di ordine pubblico», scrive Antigone [4]. «In un contesto già caratterizzato da sovraffollamento e tensioni strutturali, l’introduzione di agenti infiltrati rischia di acuire la conflittualità, alimentando diffidenza e sospetto generalizzato tra detenuti e operatori», continua l’associazione. «Il carcere, anziché essere ambito di trattamento e responsabilizzazione, viene così assimilato a un teatro permanente di prevenzione e repressione». Ad allarmare, insomma, è la chiara impostazione securitaria della legge che trasforma le carceri, già dense di problemi strutturali che minano le relazioni tra i detenuti, in centri di controllo; al posto di puntare sulla rieducazione, si alza così il livello di conflittualità nelle strutture.
L’approccio securitario dell’articolo riprende la struttura analogamente repressiva dell’intero decreto, di cui l’ampliamento della capacità operativa della polizia giudiziaria costituisce solo un tassello. Essa fa eco ai diversi interventi legislativi approvati dall’esecutivo Meloni nei suoi quattro anni di governo; a tal proposito, il decreto sicurezza che ha preceduto quest’ultimo, approvato l’anno scorso, ha rafforzato [5] i poteri dei servizi segreti italiani, autorizzando gli operatori di AISE e AISI non solo a infiltrarsi in organizzazioni criminali e terroristiche, ma addirittura a dirigerle, legittimando gravissimi reati quali associazione sovversiva, terrorismo interno e banda armata.