Mentre si rincorrono le voci di una possibile operazione di invasione terrestre statunitense in Iran, lo Stretto di Hormuz è palcoscenico di un’affermazione di forza di Teheran. Infatti, quella che per decenni è stata una via d’acqua contesa tra il diritto internazionale e le minacce asimmetriche, oggi appare saldamente nelle mani dell’Iran. E dire che lo Stretto è chiuso è solo una parte della verità. Le navi dei Paesi che si sono apertamente opposti hanno la possibilità di transitare sotto la sicurezza e la supervisione del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC). Con questa strategia politica, l’Iran trasforma un’arma che colpisce in maniera indiscriminata (il blocco totale) in una che colpisce in maniera selezionata (il controllo). E così le navi cinesi, russe, pakistane, indiane, irachene, malesi, tailandesi, spagnole e giapponesi possono attraversare Hormuz, pagando comunque una sorta di pedaggio per un valore che oscilla tra uno e due milioni di dollari. Ma pagato in yuan. Così come i carichi delle navi, i quali devono essere pagati con la moneta cinese.
Il segnale più evidente di questo nuovo equilibrio è il ritorno della compagnia marittima COSCO. Il colosso cinese ha ufficialmente riaperto [1] le prenotazioni verso scali strategici verso tutti i Paesi del Golfo Persico. Pechino, sfruttando le relazioni con Teheran ha ottenuto garanzie che altri non hanno. Il dialogo sino-iraniano ha permesso alla Cina di navigare in acque sicure mentre il resto del mondo osserva. Teheran ha infatti introdotto un disegno di legge per tassare i mercantili che attraversano lo Stretto. Queste “tasse di transito”, giustificate come contributi per la sicurezza o “spese belliche”, possono [2] raggiungere la cifra astronomica di due milioni di dollari per singola nave, pagati con moneta cinese. L’Iran ha così iniziato a concedere “pass” speciali, e non solo alla Cina. Anche Russia, India, Pakistan, Iraq, Thailandia, Malesia, Spagna e Giappone possono usufruire dello Stretto di Hormuz in virtù delle loro azioni e delle loro dichiarazioni sulla guerra di aggressione israelo-statunitense nei confronti dell’Iran.
Verificando il passaggio in tempo reale delle navi, si nota come la rotta per passare lo Stretto passa necessariamente attraverso il triangolo formato dall’isola di Hormuz, l’isola di Larak e il porto di Bandar Abbas, sulla terraferma. Le navi che hanno l’autorizzazione a passare devono procedere attraverso quest’area affinché l’IRGC possa non solo controllare la loro rotta ma anche compiere operazioni di ispezione delle navi. Mentre scriviamo questo articolo, una nave, di nome Valley, battente bandiera del Botswana, si appresta ad entrare nel triangolo per le operazioni di controllo. La nave, partita dal porto emiratino di Khor al Fakkan, è diretta al porto iracheno di Basrah.
Mentre Teheran incassa pedaggi e consolida alleanze regionali, la risposta degli Stati Uniti appare duale e contraddittoria. L’amministrazione Trump si muove su due binari paralleli: da un lato, promuove un piano di pace in quindici punti per stabilizzare l’area; dall’altro, la pressione militare è ai massimi storici. Il contingente statunitense è stato portato a circa 50.000 unità, e si rincorrono voci insistenti su una possibile operazione di sbarco sull’isola di Kharg, il terminale petrolifero più importante dell’Iran. E su questo, Bagher Ghalibaf, Presidente dell’Assemblea legislativa islamica, è stato [3] lapidario: «Li aspettiamo, daremo loro fuoco».
L’impatto economico di questa gestione “privatizzata” dello Stretto risulta essere un duro colpo per gli Stati Uniti e tutto l’Occidente, sia dal punto di vista politico, militare e economico. Con la sua strategia politica Teheran cerca così di soddisfare i Paesi amici e di non inimicarsi Paesi terzi. Non solo. L’Iran cerca di esasperare possibili conflitti interni all’Occidente, tendendo la mano [4] a coloro, come la Spagna, che non si allenano a Washington e Tel Aviv. Il governo spagnolo, forse per non creare maggiore tensione interna alla NATO, si è affrettato a dire che la Spagna non ha chiesto permessi speciali e che la sua posizione è per una de-escalation e per la necessità arrivare ad un accordo generale, bocciando la via dei patti bilaterali.
La strategia di Teheran ha trasformato una potenziale “apocalisse economica” in uno strumento geopolitico: isolare gli Stati Uniti e Israele, premiare gli alleati del blocco eurasiatico e tentare i partner occidentali meno allineati, come la Spagna, con la promessa di una stabilità a pagamento. Se le parole di Bagher Ghalibaf suggeriscono una preparazione al conflitto totale, l’efficienza burocratica con cui l’IRGC gestisce le ispezioni nel triangolo di Bandar Abbas racconta una realtà diversa: l’Iran agisce già come lo Stato sovrano dello Stretto di Hormuz.