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Iran: Trump ammassa le truppe, ma l’invasione di terra preoccupa anche i vertici militari USA

È passato un mese dall’aggressione israelo-americana all’Iran. Non c’è stata alcuna operazione lampo o cambio di regime, ma soltanto un’escalation militare [1] a suon di attacchi e rappresaglie. In queste ore sono arrivati in Asia Occidentale circa 3000 marines, che si aggiungono così agli oltre 17mila soldati statunitensi già presenti nella regione. Un dispiegamento importante ma non sufficiente per un’invasione su larga scala dell’Iran, che ha un’estensione territoriale 5 volte più grande dell’Italia. Se non dovesse concretizzarsi l’ipotesi diplomatica, la Casa Bianca potrebbe passare alla fase successiva dell’escalation militare, conducendo limitate operazioni di terra su siti strategici, come l’isola di Kharg. Lo ha confermato anche il Pentagono, che attende direttive dal presidente Donald Trump. Quest’ultimo si trova tra due fuochi: da un lato l’establishment pro Tel Aviv che spinge per la resa dei conti con l’Iran e dall’altro i vertici militari che suggeriscono cautela.

La nave da guerra USS Tripoli è arrivata nell’area di responsabilità del Comando Centrale degli Stati Uniti per il Medio Oriente. A bordo della nave, precedentemente di stanza in Giappone, ci sono più di 3000 marines, accompagnati da velivoli da trasporto e mezzi d’assalto anfibi. Washington rafforza dunque la sua presenza militare nella regione, piombata in una guerra sempre più complessa. All’aggressione israelo-americana, l’Iran ha risposto serrando i ranghi e attaccando le basi di Washington nei Paesi del Golfo, oltre a diverse città israeliane, Haifa e Tel Aviv su tutte. In un secondo momento si è aggiunto Hezbollah, impegnando lo Stato ebraico sul fronte settentrionale; nelle scorse ore anche gli Houthi yemeniti hanno sposato la causa, rispondendo militarmente all’attacco subito dall’Iran. Quest’ultimo è stato sferrato a poche ore dalla fine dell’ultimo round negoziale tra Iran e Stati Uniti, il che complica oggi la percorrenza della via diplomatica, che tuttavia non sembrerebbe tramontata del tutto. Il Pakistan starebbe [2] infatti agendo da mediatore informale, passando messaggi tra le parti.

L’allerta resta massima per le autorità iraniane, che temono il ripetersi dello scenario già visto [3] a fine febbraio. Non ha usato mezzi termini il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf nell’accusare la Casa Bianca di star spingendo pubblicamente sull’ipotesi negoziale mentre prepara l’escalation. Il Washington Post ha rivelato [4] che il Pentagono si sta preparando a possibili operazioni di terra limitate, dalla durata di diverse settimane. La conferma è arrivata dalla portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, che ha dichiarato: «è il lavoro del Pentagono quello di effettuare preparativi per offrire tutte le opzioni al commander-in-chief. Questo non significa che il presidente ha deciso». Nel frattempo sono arrivati 3000 marines nella regione e l’amministrazione Trump starebbe valutando di inviarne altri 10mila.

Il dispiegamento di forze in Asia Occidentale può essere visto come un tentativo sia di forzare la mano e trascinare le autorità iraniane a tavoli negoziali, sacrificando parte delle richieste [5], sia di provare a chiudere la questione militarmente. Il primo mese di guerra è costato decine di miliardi di dollari agli americani, oltre alla morte e al ferimento di diversi soldati, il che ha fatto calare drasticamente il consenso verso Trump. Contro le sue politiche sono scesi ieri in strada più di 8 milioni di americani, nell’ambito del No Kings Day [6].

Più che per un’invasione su larga scala — che potrebbe trasformarsi per Washington in una sorta di Vietnam 2.0 — i soldati e i mezzi presenti in Asia Occidentale potrebbero essere impiegati per la conquista dell’isola di Kharg, cruciale per il commercio energetico, o per la distruzione di basi e siti militari. Un’ipotesi comunque osteggiata [4] da una parte dei vertici militari interni, che pongono l’attenzione sui rischi che un’escalation comporterebbe per i soldati americani nella regione. La nuova fase incontrerebbe infatti la resistenza iraniana, come affermato da Mohammad Bagher Ghalibaf.

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Salvatore Toscano

Laureato in Scienze della Politica con una tesi sui beni comuni, per L’Indipendente si occupa di politica, diritti e movimenti. Si dedica al giornalismo dopo aver compreso l’importanza della penna come strumento di denuncia sociale.