Nel giro di dodici mesi, i Paesi europei hanno impresso un’accelerazione che non ha precedenti alle spese militari, raggiungendo e addirittura superando obiettivi che fino a poco tempo fa apparivano molto distanti. Lo certifica il Rapporto annuale della NATO, pubblicato il 26 marzo del 2026, che spiega come, per la prima volta nella storia dell’Alleanza, tutti i 32 Paesi membri abbiano raggiunto la soglia del 2% del PIL in spesa per la difesa. Nel 2025, i Paesi europei e il Canada hanno investito complessivamente 574 miliardi di dollari, con un aumento reale del 20% rispetto all’anno precedente. L’Italia ha dichiarato una spesa di oltre 45 miliardi di euro, pari al 2,01% del PIL, segnando un incremento di 12 miliardi rispetto al 2024.
Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha dichiarato che «tutti gli Alleati hanno riportato cifre di spesa per la difesa che soddisfano o superano l’obiettivo del 2%», svolta che a suo dire è stata resa possibile da un quadro di minacce crescenti come la guerra in Ucraina, le violazioni dello spazio aereo degli Alleati da parte di droni russi e azioni ibride contro le infrastrutture critiche. «Per troppo tempo, europei e Canada hanno fatto un eccessivo affidamento sulla forza militare degli Stati Uniti: non ci siamo assunti abbastanza responsabilità per la nostra sicurezza, ma ora c’è stato un vero cambio di mentalità», ha detto Rutte in conferenza stampa [1]. E l’accelerazione è destinata a proseguire, dal momento che, al vertice dell’Aia del giugno 2025, gli Alleati si sono impegnati a destinare il 5% del PIL annuo alla difesa e alla sicurezza entro il 2035, di cui almeno il 3,5% per i soli requisiti militari fondamentali. Lo scorso mese, nel frattempo, I ministri della Difesa dell’UE hanno dato il via libera definitivo ai piani di finanziamento per la difesa di otto Paesi nell’ambito del fondo SAFE per il riarmo. Si tratta di Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Portogallo, Romania e Spagna, che hanno chiesto l’accesso a una somma complessiva di oltre 38 miliardi di euro.
In relazione [2] al riarmo, le performance dei Paesi appaiono però assai diversificate. Polonia e Lituania risultano in testa alla classifica con un bilancio militare pari al 4,3% e al 4% del Pil; seguono Lettonia (3,7%), Estonia (3,4%), Danimarca (3,3%) e Norvegia (3,2), con alle spalle Finlandia (2,9%), Grecia (2,8%), Olanda (2,6%), Svezia (2,5%), Germania (2,4%) e Turchia (2,3%). Gli Stati Uniti registrano il 3,2% del Pil, ma è un dato solo parziale, poiché il concetto di spesa militare negli USA non considera elementi che gli altri Paesi includono invece nel “calderone”. A chiudere la lista ci sono poi Regno Unito (2,3), Francia (2,1%) e Italia, che va a toccare il minimo del 2% con Spagna, Canada e Belgio.
Proprio il dato italiano solleva interrogativi di cui si è fatto carico l’Osservatorio Mil€x, progetto indipendente nato per monitorare, analizzare e rendere trasparenti le spese del Ministero della Difesa. Secondo l’analisi [3] dell’Osservatorio, infatti, la spesa militare “pura” – quella che finanzia personale, esercizio e armamenti – si attesterebbe intorno all’1,5% del PIL, molto distante dal 2,01% comunicato a Bruxelles. La differenza risiede nel nuovo perimetro contabile adottato dal governo, che ha incluso nel computo voci come i pagamenti pensionistici dei militari, le quote dei Carabinieri impiegati in funzioni di polizia, e capitoli generici come «mobilità militare» e «cybersicurezza», senza alcuna specificazione di contenuto. Come aveva già anticipato il Documento Programmatico Pluriennale 2025, l’operazione ha permesso di raggiungere formalmente il target senza un aumento reale e strutturale della spesa per gli armamenti.
L’artificio contabile non cancella però la realtà del riarmo italiano: a gennaio il Ministero della Difesa ha reso note al Parlamento le nuove stime economiche per lo sviluppo dei caccia di sesta generazione GCAP, con costi triplicati fino a 18,6 miliardi rispetto alla fase di lancio, da spalmare [4] nei prossimi dodici anni. Al termine del programma si aggiungeranno poi i costi per l’acquisto dei cacciabombardieri e dei droni accessori. Una settimana dopo, è stato reso noto che i costi sono lievitati [5] anche per l’acquisto delle nuove batterie missilistiche Samp/T New Generation, passando dai 3 miliardi di euro previsti nel 2021 agli attuali 5,34. L’aumento, secondo il documento inviato dalla Difesa al Parlamento, dipenderebbe da non meglio specificate «nuove esigenze operative della Difesa», e fa salire a 16,5 miliardi il costo complessivo dei 16 programmi di riarmo in approvazione dall’inizio di quest’anno.