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Le trame metaforiche della realtà

La realtà ha le sue evidenze, i suoi dati, le sue misure. Impone alla nostra ragione il compito di capire, non soltanto quello di reagire, e qualche volta capire è una operazione problematica soprattutto se gli altri e il contesto non reagiscono come ci aspetteremmo.
Abbiamo allora bisogno di metabolizzare quanto accade nel mondo in generale, e nel nostro universo di riferimento, miscelando istinto e intelligenza, spirito di adattamento e creatività, schemi e fantasia, tolleranza e rigore, conoscenza e intuizione.

Chiamiamo in causa il nostro potenziale, applichiamo una teoria, valutiamo ipotesi, trascuriamo quanto accade o diamo a ciò eccessiva importanza, siamo alternativamente distratti e ossessionati, cerchiamo una soluzione chissà dove, quando magari la situazione che consideriamo ha bisogno proprio di noi.

Diventiamo allora autori di racconti immaginari, la nostra antropologia della realtà ci convoca come autori non soltanto come personaggi. Ma non si tratta di scrivere, si tratta di vivere. Una metafora forse allora è necessaria, una via d’uscita dalla prigione dei fatti, delle parole degli altri, dei media, dei poteri.

Secondo la fisica quantistica una particella non percorre soltanto una determinata traiettoria per raggiungere l’obiettivo ma si comporta come se, nel percorso che segue, calcolasse in ogni istante le alternative possibili e ne scegliesse ogni volta una e non un’altra.
Questo non significa che nella realtà si manifesti ogni volta esclusivamente una delle infinite opzioni e nemmeno vuol dire che, quando consideriamo un evento, un accadimento, una situazione, formuliamo una serie di “se”, immaginando che cosa sarebbe potuto succedere altrimenti.

La concezione quantistica ci porta invece a credere non tanto alla gamma delle possibilità che concernono ciò che è già accaduto o ciò che potrebbe accadere ma a comportarci come se i possibili “come se” fossero tutti pronti a diventare attivi, perfino contemporaneamente.
Comprendere allora significa esaminare la realtà come un insieme di dati, eventualità e previsioni che nel complesso, in un determinato momento o fase storica, hanno agito, sottraendoci a una spiegazione deterministica, a un processo inevitabile, a una visione unilaterale.

Capire e agire possono dunque diventare la stessa cosa e allora, banalmente, nel ragionare sulle circostanze e sui fatti è necessario averne cultura, cioè comprenderli e narrarli come sedimentazione di passato e germinazione di futuro.

Dove il presente è il domani di ieri, al di fuori però di qualsiasi automatismo, come ne avessimo una coscienza moltiplicata. Con l’atteggiamento di un lettore o di uno spettatore che si chiede come andrà a finire il racconto, il film o la notizia che ha sotto gli occhi o che ha ascoltato. Con l’atteggiamento dell’autore che ha deciso di dar vita a una soltanto delle tracce narrative e di senso possibili, mantenendo però in atto dispositivi di apertura che consentano varietà di orizzonti, di percorsi possibili e di valutazioni fondate.

La realtà, dunque, come “opera aperta”, per usare la felice espressione di Umberto Eco, ma aperta non perché indefinita o carica di una gamma di illimitate interpretazioni, aperta perché contemporaneamente molteplice e caleidoscopica. La realtà, nella sua intrigante complessità ovvero nella sua splendida chiarezza, deve anche apparire quale effetto di una contemporaneità perenne, e nello stesso tempo discontinua, perché molti sono i linguaggi, rapsodiche le verifiche, inquietanti ma anche banali le conferme.

Questa la posizione che ho adottato nelle riflessioni del mio libro Fatti non foste (ed. Meltemi 2026), mantenendone volutamente la eterogeneità, la varietà di stili ma non di intenzioni, e dunque avvalendomi di quell’atteggiamento “stravagante” che avevo esplicitato tempo fa nella prefazione a Ordine e disordine (Meltemi 1999).

“Stravagante” perché, come dice la parola, è necessario “extra-vagare”, uscire dal sentiero, cambiare programma, tentare deviazioni, pensieri laterali, mosse del cavallo. Non accettare nemmeno l’ovvio, spostarsi mentalmente, dribblare tanto le convenzioni quanto le mode, non evitare gli equivoci, in una visione polimorfica, tentacolare.

Forse, chissà, anche immaginando – per i fatti – una metafisica della loro lettura, una metafisica che agisce già per il motivo che li trasformiamo in pensiero, in parole e dunque li rendiamo insieme più circoscritti ma anche indeterminati.

La realtà, dunque, come palcoscenico e platea, quella che il poetare conosce come appartenente a un mondo insieme concreto e ipotetico, dove la ragione si allea strategicamente con l’immaginario, dove i dati di fatto e la fantasia si uniscono per ricostruire e lanciare ipotesi, con l’atteggiamento dello scrittore, del regista: lasciando insomma il finale aperto a nuove variazioni oppure ad ulteriori conferme.

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Gian Paolo Caprettini

Ha insegnato all'Università di Torino dal 1975 al 2013, dove è stato professore ordinario di Semiotica e Semiologia del Cinema, ha diretto Extracampus, la TV dell'Università, e il Master di Giornalismo. I suoi libri più recenti: Scrivere come sognare (Cartman), Vertigini dell'immaginario (con A. Bálzola, Meltemi), Complice la poesia (L'Indipendente), Dizionario della fiaba italiana (Meltemi).