Centinaia di conigli morti lasciati nelle gabbie e soggetti malati o deboli eliminati in maniera violenta e carcasse abbandonate, in un contesto igienico-sanitario allarmante. È questo lo scenario fatto emergere da un’inchiesta realizzata dall’associazione Essere Animali, che ha documentato con immagini esclusive le condizioni dei conigli ristretti in un allevamento intensivo della provincia di Treviso. La struttura, che ospita circa 30mila animali destinati alla produzione di carne, rifornirebbe i banchi della grande distribuzione organizzata in tutto lo Stivale. Il materiale, ottenuto da un ex dipendente, fotografa una realtà fatta di presunte soppressioni irregolari, smaltimento improprio delle carcasse insieme alle deiezioni e violazioni delle procedure previste negli allevamenti animali. Un inquietante panorama già documentato in passato da altre inchieste dell’associazione sul territorio.
Le riprese mostrano [1] i conigli rinchiusi in gabbie metalliche sospese con pavimento a rete, in uno spazio che impedisce loro qualsiasi comportamento naturale. La reclusione genera stress cronico e comportamenti stereotipati, come mordere le sbarre o muoversi senza sosta. Gli animali deceduti – anche i conigli nati morti o spirati subito dopo il parto – restano a lungo nelle gabbie accanto a quelli vivi, mentre i soggetti malati o deboli vengono uccisi con violenza, sbattuti contro le gabbie o sul pavimento, senza alcuna procedura che garantisca una morte rapida e senza sofferenza. Le operazioni di pulizia, effettuate con fiamme libere o soffiatori a scoppio, sottopongono gli animali a ulteriore terrore.
Particolarmente drammatica è la condizione delle coniglie fattrici, sottoposte a inseminazione artificiale forzata e separate dai piccoli da una lamiera metallica che viene rimossa solo una volta al giorno per l’allattamento. Già a undici giorni dal parto, mentre stanno ancora allattando, le femmine vengono nuovamente fecondate. Se due cicli consecutivi falliscono, vengono considerate «improduttive» e avviate direttamente alla macellazione. I coniglietti neonati, intanto, vengono redistribuiti tra le madri in base alla taglia.
Il quadro denunciato dall’associazione Essere Animali si inserisce in un settore che, nel nostro Paese, continua a prevedere un largo utilizzo delle gabbie: oltre il 90% dei circa 12 milioni di conigli macellati ogni anno nel Paese viene allevato in questo modo, con il Veneto in testa per numero di capi, seguito da Piemonte e Friuli-Venezia Giulia. Nel contesto comunitario, l’Italia resta tra i principali produttori insieme a Spagna e Francia, ma i consumi di carne di coniglio risultano in calo: secondo i dati ISMEA, nell’ultimo decennio la produzione nazionale è diminuita del 37%.
Nel frattempo, è stata presentata [2] alla Corte di Cassazione una proposta di legge d’iniziativa popolare che mira a introdurre sul territorio nazionale il divieto di utilizzo delle gabbie per tutte le specie allevate. A sostenere l’iniziativa, presentata lo scorso 12 marzo insieme a The Good Lobby, è proprio Essere Animali, che con la sua campagna “Gabbie Vuote” si pone la finalità di raccogliere almeno 50.000 firme entro settembre. L’obiettivo primario è quello di chiedere formalmente al Parlamento italiano di avviare un percorso legislativo sulla materia, sulla scia di quanto già fatto da altri Stati membri dell’UE negli ultimi anni.
I dati fotografano una realtà imponente: nel nostro Paese si contano infatti oltre 40 milioni di animali rinchiusi in gabbia, tra cui più di 17 milioni di galline ovaiole, 13 milioni di conigli, quasi 600.000 scrofe, 1,5 milioni di vitelli e 8 milioni di quaglie. I promotori dell’iniziativa – appoggiata anche da varie personalità della società civile, come l’atleta olimpionico Riccardo Bugari e la fumettista Zuzu – spiegano che negli allevamenti intensivi il confinamento in spazi ristretti impedisce agli animali di esprimere comportamenti naturali fondamentali come muoversi senza costrizioni, nidificare, scavare o socializzare in modo adeguato. Ne conseguono stress cronico, frustrazione e patologie fisiche – in primis lesioni e fragilità ossea –, fenomeni ampiamente documentati dai pareri scientifici dell’Autorità per la Sicurezza Alimentare in Europa (EFSA).