Dopo la vittoria del NO al referendum sulla giustizia che portava il suo nome e le dimissioni della sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, il Guardasigilli Carlo Nordio incassa un nuovo pesante colpo dall’Unione europea. L’Europarlamento ha infatti approvato la direttiva anticorruzione, che introduce una fattispecie comune sull’esercizio illecito di funzioni pubbliche, concetto che in Italia richiama da vicino il reato di abuso d’ufficio, cancellato un anno e mezzo fa dalla riforma voluta dallo stesso ministro. Il testo dovrà ora essere formalmente adottato dal Consiglio e, una volta pubblicato, entrerà in vigore dopo 20 giorni. Da quel momento, l’Italia avrà 24 mesi per recepire la direttiva nel proprio ordinamento; in caso di mancato o incompleto adeguamento, la Commissione europea potrà avviare una procedura d’infrazione.
A questo proposito, la parte politicamente più saliente e potenzialmente impattante del provvedimento approvato [1] dal Parlamento Europeo è la fattispecie che, all’art. 13ter, viene inquadrata come “Misconduct in public office” (“Condotta illecita nell’esercizio di funzioni pubbliche”). Nello specifico, essa stabilisce che «gli Stati membri adottano le misure necessarie affinché sia punibile come reato la violazione colpevole, da parte di un funzionario pubblico, delle sue funzioni ufficiali, non svolgendo tali funzioni o svolgendole in modo non corretto, e causando danni sostanziali o ledendo i diritti o gli interessi legittimi di una persona fisica o giuridica». Si tratta, insomma, della traduzione europea di una condotta che, nel contesto giuridico italiano, risulta sostanzialmente sovrapponibile al perimetro dell’ex reato di abuso d’ufficio.
Il testo europeo copre reati come corruzione, appropriazione indebita, traffico di influenze, ostacolo alla giustizia, arricchimento da corruzione e occultamento dei proventi illeciti, con l’obiettivo dichiarato di rendere omogenee definizioni e sanzioni minime nei diversi Stati membri, imponendo un sistema strutturato di prevenzione. Tra gli obblighi previsti, spicca la richiesta di rendere pubbliche le dichiarazioni patrimoniali dei funzionari, nazionali ed europei, «soggette a verifica e rese sotto sanzioni penali». Viene inoltre richiesto di istituire organismi specializzati nella prevenzione e nella repressione della corruzione, con competenze che includano la valutazione delle dichiarazioni e il monitoraggio delle norme sui conflitti di interessi. Come evidenziato all’interno dei documenti preparatori, l’assenza di strutture specializzate rappresenterebbe una regressione rispetto agli standard internazionali.
L’eurodeputato del Movimento 5 Stelle Giuseppe Antoci, che ha seguito la procedura in qualità di relatore, aveva commentato ieri con durezza: «La corruzione è uno dei principali strumenti attraverso cui il crimine organizzato si infiltra nelle istituzioni, nell’economia, nella vita democratica di ogni Paese. Ma c’è un punto che più di tutti definisce il senso politico del voto di domani nella plenaria del Parlamento europeo, quello che prevede l’obbligatorietà dell’abuso d’ufficio, il punto cruciale del negoziato, il cuore della direttiva. Abuso d’ufficio che il governo italiano ha ostinatamente cercato di bloccare in sede di negoziato europeo tentando di salvare la legge Nordio che nel 2024 lo aveva cancellato dall’ordinamento italiano». Antoci ha concluso [2]: «Con l’approvazione di questa direttiva vogliamo affermare che in Europa non esisteranno più zone franche e questo varrà anche per l’Italia. Rimargineremo, così, una ferita profonda pensando anche a tutti coloro che in questi anni hanno dato la loro vita per la legalità e la giustizia».
Il ddl Nordio che conteneva [3] l’abolizione del reato di abuso di ufficio, ossia l’articolo specifico con cui si sanzionava «un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle sue funzioni, compie un atto in violazione di leggi o regolamenti, con l’intenzione di procurare a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale oppure di arrecare ad altri un danno ingiusto», aveva ottenuto l’ok definitivo del Parlamento nel luglio 2024. Nel 2020 il testo era già stato livellato al ribasso, con la specificazione che il reato non si potesse configurare ove sussistessero margini di discrezionalità amministrativa nell’adozione di un provvedimento. Ora, con le novità dall’Eurocamera, tutto potrebbe cambiare. Tecnicamente, si può dire che l’Italia dovrà assicurare una fattispecie penale che copra la condotta richiesta dalla direttiva. Non per forza dovrà reintrodurre in modo identico il vecchio articolo 323 c.p., ma magari una norma dal contenuto sostanzialmente equivalente e di nuova formulazione. A ogni modo, quello che conta, per Bruxelles, è che il risultato normativo sia coerente con il nuovo testo europeo.