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Bruxelles, indietro tutta: rinviata la proposta per vietare il gas russo

Nonostante i roboanti annunci di fine anno, la guerra all’Iran ha costretto l’Unione Europea a fare marcia indietro: la Commissione Europea ha deciso di posticipare la presentazione della proposta di legge per vietare in modo permanente le importazioni di gas russo. La notizia arriva da un aggiornamento dell’agenda legislativa dell’UE ripreso dai media internazionali, che tuttavia specificano – citando funzionari anonimi – che la proposta non è stata annullata: essa avrebbe dovuto apparire entro la metà di aprile, ma «a causa degli attuali sviluppi geopolitici» verrà avanzata in una fase successiva.

La proposta avrebbe dovuto essere presentata il prossimo 15 aprile: nei programmi [1] iniziali dell’Unione Europea, il divieto avrebbe dovuto essere applicato a partire da sei settimane dopo l’entrata in vigore del regolamento (salvo per i contratti in essere, per i quali sarebbe stato previsto un periodo di transizione). Il divieto totale per le importazioni di GNL sarebbe dovuto entrare in vigore a partire dal gennaio 2027, mentre le importazioni di gas da gasdotto avrebbero dovuto essere completamente fermate a partire dall’autunno dello stesso anno. Lo stop avrebbe dovuto essere imposto anche nel caso in cui le sanzioni alla Russia fossero state revocate: se tra Mosca e Kiev si raggiungesse un accordo di pace, insomma, l’UE smetterebbe comunque definitivamente di importare gas russo. Un guadagno assicurato per gli Stati Uniti, che dall’inizio della guerra in Ucraina si sono progressivamente sostituiti [2] a Mosca come fornitore principale di GNL per l’Europa, rappresentando oltre un quarto (27%) delle importazioni odierne – contro il 5% del 2022. Una situazione ulteriormente complicata dalla scarsa possibilità di diversificazione dell’approvvigionamento, dal momento che l’offerta globale di GNL è limitata a pochi Paesi, tra i quali Qatar ed Emirati Arabi Uniti – entrambi coinvolti, come tutti i Paesi del Golfo, nella guerra contro l’Iran di USA e Israele.

Recentemente, l’AIE (Agenzia Internazionale per l’Energia) ha affermato [3] che la guerra in Iran – e in particolare la chiusura dello Stretto di Hormuz, dal quale passano il 20% delle forniture globali di petrolio e GNL – ha causato “la più grande interruzione dell’approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale”, con una riduzione nella produzione di petrolio pari a dieci milioni di barili al giorno. L’UE aveva inizialmente dichiarato che non vi fossero “preoccupazioni immediate sulla sicurezza delle forniture”, mentre si teme invece l’aumento dei prezzi, che secondo l’AIE potrebbero subire il contraccolpo dalla chiusura prolungata dello Stretto. I timori che la guerra possa durare ancora a lungo hanno aggravato le previsioni, al punto che gli USA hanno rilasciato una licenza di 30 giorni che permette l’acquisto di petrolio russo – per un totale di circa 100 milioni di barili di greggio russo, pari a circa un giorno di produzione mondiale.

Al momento l’esito della situazione è incerto: ieri, il presidente USA Donald Trump ha annunciato l’esistenza di colloqui con l’Iran per giungere a un accordo di pace, ma Teheran ha smentito fermamente le dichiarazioni, sostenendo che l’unico interesse del presidente fosse quello di calmare i mercati. Con le prospettive di una fine del conflitto a breve termine che si allontanano, la crisi energetica globale non può che peggiorare. E in questa situazione di incertezza, l’UE è sempre più legata a doppio filo alle sorti di Washington.

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Valeria Casolaro

Ha studiato giornalismo a Torino e Madrid. Dopo la laurea in Scienze della Comunicazione, frequenta la magistrale in Antropologia. Prima di iniziare l’attività di giornalista ha lavorato nel campo delle migrazioni e della violenza di genere. Si occupa di diritti, migrazioni e movimenti sociali.