C’è una macchia di pigmento rosso sbiadito su una parete rocciosa di un’isola indonesiana, che misura quattordici centimetri per dieci. A guardarla senza sapere, non sembrerebbe nulla di speciale. Eppure quella piccola traccia – il profilo di una mano umana impresso soffiando colore sulla pietra – è il gesto artistico più antico che l’umanità abbia mai lasciato e risale ad almeno 67.800 anni fa.
La scoperta, pubblicata [1] sulla rivista Nature e condotta da un team internazionale guidato dalle università australiane Griffith University e Southern Cross University e dall’agenzia indonesiana per la ricerca BRIN, ribalta ancora una volta le mappe delle origini della nostra specie. Non in Europa, non nelle grotte di Lascaux o di Altamira: il più antico impulso umano a lasciare un segno nel mondo è nato sull’isola di Muna, nel Sulawesi sudorientale.

Il ritrovamento si trova nella grotta di Liang Metanduno, un sito già noto agli archeologi e persino ai turisti, le cui pareti più visibili ospitano pitture più recenti – galline, animali domestici – databili a circa 4mila anni fa. Ma nel 2015, il ricercatore indonesiano Adhi Oktaviana notò qualcosa di sbiadito dietro quelle immagini familiari. Strati più profondi, quasi invisibili. «Nessuno le aveva mai viste», ha raccontato. «Nessuno sapeva nemmeno che fossero lì».
Per datare l’opera, gli scienziati hanno sfruttato un processo naturale: nel tempo, un sottile velo di calcite, derivato dall’acqua che scorre sulla roccia, si deposita sopra le pitture. Quell’acqua contiene tracce di uranio, che decade lentamente in torio. Misurando il rapporto tra i due elementi – con una precisione oggi disponibile solo ai laboratori più avanzati – si risale all’età del deposito minerale, e quindi all’età minima del dipinto sottostante. Il risultato: 67.800 anni.
La tecnica più antica dell’arte umana è uno stencil in negativo: si appoggia la mano alla parete, si soffia il pigmento tutt’attorno, si toglie la mano e rimane il contorno. Ma questa non è una mano qualsiasi. La punta di un dito appare rastremata artificialmente, come se l’artista avesse aggiunto pigmento o mosso la mano durante l’esecuzione per trasformare un dito umano in qualcosa di diverso, forse un artiglio. Il professor Adam Brumm, co-responsabile della ricerca, lo spiega [2] con cautela e meraviglia insieme: «Quest’arte potrebbe simboleggiare l’idea che esseri umani e animali fossero strettamente connessi, qualcosa che sembra già emergere nelle pitture più antiche di Sulawesi, con almeno un caso di scena raffigurante figure che interpretiamo come rappresentazioni di esseri in parte umani e in parte animali».

Il record precedente apparteneva a uno stencil [3], sempre di una mano, trovato nella grotta spagnola di Maltravieso, datato a 66.700 anni fa e attribuito ai Neanderthal, unici abitanti d’Europa in quell’epoca. Il reperto indonesiano è più antico di oltre mille anni ed è certamente opera dell’Homo sapiens. Ma il dato che forse conta di più non è il primato in sé. È ciò che la grotta racconta nel suo insieme: l’attività artistica documentata a Liang Metanduno si protrasse per almeno 35mila anni, fino a circa 20mila anni fa. Un arco di tempo più lungo dell’intera storia scritta dell’umanità. Generazioni su generazioni tornarono nello stesso luogo buio, con lo stesso gesto, per lasciare un segno. Come a dire: “Sono stato qui”.
«È ora evidente», ha dichiarato il professor Maxime Aubert, archeologo e geochimico della Griffith University e co-direttore dello studio, «che Sulawesi ospitava una delle culture artistiche più ricche e durature del mondo, con origini nella storia più remota dell’occupazione umana dell’isola, almeno 67.800 anni fa».
La scoperta ha implicazioni che vanno ben oltre la storia dell’arte. Gli archeologi la usano per rileggere le rotte di migrazione dei primi esseri umani verso l’Australia: si pensava che i progenitori degli Aborigeni avessero attraversato il Sud-Est asiatico tra 50 e 65mila anni fa, ma la presenza di questa pittura suggerisce che la migrazione avvenne ancora prima, e che chi percorse quelle rotte non stava solo sopravvivendo, ma portava con sé un immaginario, una cultura, un bisogno di simboli.
Sessantasettemilaottocento anni fa, qualcuno si è inginocchiato nel buio di una grotta, ha appoggiato la mano sulla roccia e ha soffiato. Forse per magia, forse per devozione, forse semplicemente per dire al mondo che esisteva. Non sapeva che quella mano sarebbe rimasta e che avrebbe potuto riscrivere la storia per come oggi la conosciamo.
(Le foto sono presenti in questo articolo state diffuse dalla Griffith University)