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Delmastro e la società con la figlia del condannato per mafia: cosa sappiamo

C’è una storia piena di contorni da chiarire che, proprio nei giorni in cui gli italiani si recano alle urne per il referendum sulla magistratura, sta investendo il governo e, in particolare, il partito della premier Giorgia Meloni. La vicenda riguarda il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, fedelissimo della Presidente del Consiglio, che è risultato essere stato per oltre un anno socio della giovane figlia di Mario Caroccia, poi condannato in via definitiva come prestanome del clan camorristico Senese. Al centro, una società fondata a Biella a fine 2024 destinata a gestire il ristorante “Bisteccherie d’Italia” nella Capitale. Nel febbraio del 2026, una settimana dopo la condanna definitiva di Caroccia, Delmastro ha ceduto le sue quote, ma nel frattempo sono emerse fotografie che lo ritraggono con Caroccia quando questi era già a processo e che lo vedono presente all’interno del ristorante: una volta con il suo “cerchio magico” del Ministero, un’altra con un membro della polizia penitenziaria. Ora lo spettro di un’inchiesta sul sottosegretario aleggia su Palazzo Chigi, che finora ha reagito difendendo Delmastro e confermando che rimarrà al suo posto.

La società

La storia inizia il 16 dicembre 2024, quando davanti a un notaio di Biella viene costituita [1] la srl «Le 5 Forchette». La compagine societaria assegna a Miriam Caroccia, all’epoca appena diciottenne, il 50 per cento delle quote e la carica di amministratore unico. A Delmastro va il 25 per cento, mentre il restante è suddiviso tra l’impiegata Donatella Pelle (10 per cento) e tre dirigenti piemontesi di FDI, che prendono il 5% ciascuno: Elena Chiorino, vicepresidente della Regione Piemonte, Cristiano Franceschini, segretario provinciale del partito a Biella, e Davide Eugenio Zappalà, consigliere regionale. Mauro Caroccia, padre di Miriam, non è un estraneo agli inquirenti. Già nel 2020 era finito agli arresti con l’accusa di aver favorito le attività della camorra attraverso una catena di ristoranti a Roma – “Da Baffo”, “Baffo 2 Fish” –, secondo gli investigatori utilizzati per riciclare denaro proveniente da droga e usura per conto del clan di Michele Senese, detto ‘O Pazzo, capo della Camorra romana. Condannato in primo grado nel 2022, Caroccia era stato poi assolto in appello. Ma la Cassazione ha annullato l’assoluzione, e il 19 febbraio di quest’anno è stato condannato in via definitiva a quattro anni per intestazione fittizia di beni con aggravante mafiosa, finendo in carcere a Viterbo.

Negli ultimi mesi, Delmastro ha ceduto le sue quote in due tempi: a novembre 2025 a una sua società immobiliare, la G&G, e poi lo scorso febbraio – una settimana dopo la condanna definitiva di Caroccia – a Donatella Pelle. I membri di FDI che avevano aperto la società con Delmastro hanno venduto le loro partecipazioni a Miriam Caroccia il 5 marzo scorso, dichiarando di averlo fatto non appena venuti a conoscenza della condanna. Un nuovo elemento nutre però i sospetti degli investigatori, ovvero la modalità di tale pagamento: dalle carte emergerebbe infatti che Miriam Caroccia avrebbe corrisposto il prezzo per l’acquisto delle quote «a mezzo pagamento in contanti». Una somma complessiva di 5 mila euro che, seppure di modesta entità, è finita sotto la lente della Procura.

Le foto

A complicare la posizione di Delmastro sono però alcune fotografie. La prima, pubblicata [2] da Repubblica, è stata scattata nell’ottobre 2023 nel ristorante “Da Baffo” e mostra il sottosegretario abbracciato insieme a Caroccia. All’epoca la società «Le 5 Forchette», fondata insieme alla figlia del prestanome dei Senese, non esisteva ancora: l’immagine contraddice però la versione del sottosegretario secondo cui avrebbe scoperto solo dopo la condanna definitiva chi fosse il padre della sua giovane socia. C’è poi una foto datata giugno 2025 che vede riuniti allo stesso tavolo, questa volta del ristorante “Bisteccherie d’Italia”, Delmastro, il capo gabinetto del Ministero della Giustizia Giusy Bortolozzi e alcuni dirigenti del Ministero della Giustizia. Poi, a fine gennaio 2026, poco prima della pronuncia della condanna definitiva a carico di Caroccia, un’altra fotografia testimonia come Delmastro sarebbe tornato nel locale “Bisteccheria d’Italia” insieme a Raffaele Tuttolomondo, sindacalista della polizia penitenziaria. Il mese successivo Delmastro avrebbe venduto le sue quote, seguito dopo alcune settimane dagli altri dirigenti di FDI.

Nel frattempo, la Procura di Roma ha aperto un fascicolo in cui padre e figlia Caroccia sono indagati a vario titolo per riciclaggio e intestazione fittizia. L’obiettivo degli inquirenti è ricostruire l’origine dei capitali investiti dalla famiglia Caroccia per aprire «Le 5 Forchette» e capire se vi sia una continuità economica con i ristoranti sequestrati al clan Senese. In particolare, gli accertamenti mirano a verificare se cucine, arredi e attrezzature dei vecchi locali siano stati riutilizzati per la nuova attività.

Le reazioni

Negli ultimi giorni, PD, M5s e Avs hanno attaccato Delmastro, chiedendo alla premier di chiarire la sua posizione e sollecitando l’intervento della commissione Antimafia. «Delmastro è stato leggero, ma da qui a dire che è connivente… se c’è stata una manina che dice ‘tiriamo fuori la cosa peggiore sul governo negli ultimi giorni di campagna sul referendum’, gli italiani valuteranno. Però non c’entra niente con il referendum sulla giustiza», ha dichiarato [3] Giorgia Meloni nell’ultimo giorno di campagna referendaria intervistata da Enrico Mentana su La7. Secondo quanto riportato [4] dal Corriere della Sera, nella maggioranza vi sarebbe stata conoscenza della vicenda già da un anno, circostanza smentita da Chigi.

Sta di fatto che, negli ultimi giorni, anche gli ambienti editoriali tradizionalmente più vicini alla compagine di governo hanno rinunciato alla difesa di Delmastro. Emblematico l’articolo [5] di oggi di Mario Giordano su La Verità: «Non capiamo come mai lei, avendo tutto quel tempo a disposizione, non ne abbia dedicato un po’ a capire chi erano i suoi compagni di avventura gastronomica. Cioè a capire chi entrava con lei nella società che gestisce la Bisteccheria d’Italia», scrive il giornalista. Che aggiunge: «Caro Delmastro, noi l’abbiamo sempre difesa anche nelle sue imprese più spericolate. Ora però siamo costretti a difenderla da sé stesso: se da sottosegretario lei pensa che sia normale entrare in una società senza sapere chi sono i soci, beh, forse è meglio per lei che si dedichi davvero alle bistecche. A tempo pieno, però».

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.