Mentre la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran entra nella quarta settimana, senza che da nessuna delle due parti si intravedano segni di cedimento, Teheran avrebbe iniziato a delineare le proprie condizioni per porre fine alla controffensiva. In un’intervista [1] rilasciata al quotidiano Al Mayadeen, un alto funzionario iraniano avrebbe infatti riferito che Teheran starebbe portando avanti una strategia preparata «con mesi di anticipo» e portata avanti «con grande pazienza strategica»: ora che questa è stata messa in atto, l’Iran avrebbe pronte sei condizioni che dovrebbero essere soddisfatte affinchè si possa arrivare alla fine della guerra.
Il funzionario, il cui nome non è stato riportato, ha riferito al quotidiano che il Paese intende perseguire una politica di «punizione dell’aggressore», fino a che questo non subirà una «lezione storica». In aggiunta a questo, Theran avrebbe pronte sei condizioni affinchè si delinei «un nuovo quadro giuridico e strategico» che possa portare alla fine delle ostilità. Queste prevedono garanzie affinchè la guerra non si ripeta, la chiusura di tutte le basi militari statunitensi nella regione, il pagamento di un risarcimento alla Repubblica Islamica, la fine della guerra su tutti i fronti regionali, l’istituzione di un nuovo quadro giuridico per lo Stretto di Hormuz e il perseguimento penale ed amministrativo di tutte le «personalità dei media» ritenute ostili al regime.
L’intervista è stata rilasciata poche ore dopo che, in un post sul proprio social Truth, Trump ha dichiarato [2] che gli Stati Uniti sono «ormai molto vicini» al raggiungimento dei propri obiettivi in Iran e stanno «valutando la possibilità di ridurre gradualmente i nostri imponenti sforzi militari nel Medio Oriente nei confronti del regime terroristico iraniano». Tra gli obiettivi raggiunti vi sarebbero l’indebolimento della capacità missilisica iraniana «e di tutto ciò che vi è correlato», la distruzione della base industriale della difesa iraniana, l’eliminazione della marina e dell’aviazione del Paese, «non permettere che l’Iran possa mai avvicinarsi minimamente alla capacità nucleare» e la protezione «al massimo livello» degli alleati di Washington in Medio Oriente. Ciò che sfugge a questa narrazione sono i danni ingenti che la controffensiva iraniana sta causando [3] tanto agli Stati Uniti quanto ad Israele, che sta provvedendo [4] a censurare le immagini degli attacchi subiti.
La fine delle ostilità non giungerà comunque a breve, come ammesso dallo stesso funzionario intervistato da Al Mayadeen, dal momento che gli attacchi reciproci alle infrastrutture energetiche hanno segnato [5] una nuova escalation nel conflitto. Nelle scorse ore, inoltre, Iran e Israele si sono scambiati attacchi ai rispettivi siti nucleari: Washington e Tel Aviv hanno colpito il sito nucleare iraniano di Natanz (utilizzato per l’arricchimento dell’uranio, oggetto di raid anche [6] nel corso della guerra dei 12 giorni, scatenata dagli USA contro l’Iran lo scorso anno), mentre un missile iraniano ha colpito la città israeliana di Dimona, nel deserto del Negev, dove ha sede il più importante impianto nucleare del Paese. Nessuno degli attacchi sembra aver comportato danni. Trump ha inoltre lanciato [7] un ultimatum all’Iran, avvisandolo di avere a disposizione 48 ore per una riapertura «completa e senza minacce» dello Stretto di Hormuz, prima che gli Stati Uniti provvedano ad annientare le infrastrutture energetiche, «a partire dalle più grandi». La risposta dell’Iran non si è fatta attendere: in caso Trump metta in atto le proprie minacce, verranno colpiti tutti i siti idrici dell’area del Golfo. Una minaccia forse ben peggiore degli attacchi ai siti petroliferi, dal momento che le popolazioni dell’area dipendono [8] interamente da queste strutture per l’approvvigionamento di acqua potabile e quindi per la propria sopravvivenza.