Il 21 marzo 1931, in un appartamento di Milano, nasceva Alda Merini. Oggi il suo nome è diventato quasi un simbolo: la poetessa dei Navigli, la poetessa della follia, una donna che ha trasformato il dolore in poesia. Ma raccontare la sua vita non significa soltanto ripercorrere la storia di una grande poetessa, ma camminare sul confine incerto tra normalità e follia. Chi stabilisce, infatti, dove passa quel confine? La medicina? Le istituzioni? O il potere culturale di un’epoca?
La storia di Alda Merini è la storia di una donna che ha trascorso anni dentro un’istituzione pensata per separare i normali da coloro che non lo erano. Per capire fino in fondo Alda Merini bisogna partire dal sistema che per anni ha tentato di definirla, classificarla, contenerla: il manicomio. Ma facciamo un passo indietro.
Fin da giovanissima Alda Merini dimostra un talento fuori dal comune. Ben presto attira l’attenzione di alcuni importanti critici dell’epoca. Nel 1953 pubblica la sua prima raccolta, La presenza di Orfeo. Non è ancora una poetessa famosa, ma la sua voce è già riconoscibile: visionaria, intensa, attraversata da una tensione che mescola eros e sofferenza.
Nei suoi versi, brevi e taglienti, il linguaggio non descrive soltanto il mondo: lo attraversa. Il dolore, l’amore, il desiderio, la solitudine diventano materia viva. Sempre negli anni Cinquanta si sposa con Ettore Carniti. Per un periodo relativamente breve le incombenze della vita familiare convivono con l’attività letteraria. Ma a metà degli anni Sessanta qualcosa si rompe.
Le ragioni che portarono all’internamento di Alda Merini non possono essere ridotte soltanto a una diagnosi clinica. Certo, la poetessa attraversò momenti di forte instabilità psichica, con crisi e stati di agitazione che la psichiatria dell’epoca interpretò come disturbo mentale.
Ma limitarsi a questa spiegazione significa ignorare il contesto culturale e umano in cui quelle crisi maturarono. Alda era una donna estremamente sensibile, dotata di un’intensità emotiva fuori dal comune, capace di percepire con una profondità quasi dolorosa tutto ciò che la circondava. Questa ipersensibilità, che alimentava la sua poesia, venne spesso letta invece come un segno di squilibrio.
A ciò si aggiungeva una situazione familiare complessa: il rapporto con il marito Ettore Carniti, infatti, era segnato da incomprensioni profonde. Carniti era un uomo estraneo al mondo letterario e faticava a comprendere l’urgenza creativa della moglie. In una società che ancora faticava ad accettare l’autonomia femminile, una donna appassionata, visionaria, attraversata da slanci mistici e da improvvise cadute emotive poteva facilmente essere percepita come eccessiva. Così quella che era anche una sensibilità artistica radicale finì progressivamente per essere medicalizzata.
Nel 1965 Merini viene ricoverata nell’ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano. Inizia così una lunga stagione di internamenti che durerà, con brevi interruzioni, oltre un decennio. Bisogna ricordare che prima del 1978, l’anno della riforma promossa da Franco Basaglia, i manicomi italiani non erano strutture pensate per curare. Il loro compito non era comprendere la sofferenza psichica quanto gestire la devianza. Isolare ciò che disturbava l’ordine sociale.

Nel manicomio le persone entrano persone e «diventano cose», scriverà poi nel suo libro L’altra verità. Diario di una diversa un racconto-testimonianza della vita manicomiale. Se il manicomio aveva tentato di privarla dell’identità, della voce, di quella che potremmo definire banalmente la sua essenza o più poeticamente la sua anima, con la sua scrittura, invece, Alda, inverte questo paradigma e si riappropria di tutto ciò che le era stato rubato: complessità, voce, identità.
In questo senso la scrittura di Alda Merini non è soltanto letteratura. È anche una testimonianza. Racconta dall’interno ciò che è stato il sistema manicomiale italiano per gran parte del Novecento. Non un luogo di cura, ma una macchina che produce silenzio. E che produce invisibilità, perché il folle è colui che, una volta emarginato dal consorzio civile, diventa invisibile, inascoltato.
Ciò che è interessante di questo sistema è che oggi si ripete, non soltanto nelle così dette case di cure, ma in ogni aspetto della società, laddove viene operata una separazione tra chi è considerato degno di parola, voce e attenzione e chi puntualmente viene emarginato, escluso o addirittura criminalizzato, se esprime un pensiero diverso o poco conforme al sentire comune.
Ma per tornare alla vita di Alda Merini… durante gli anni di internamento, sottoposta a un ciclo continuo di elettroshock, la sua produzione poetica si interrompe quasi completamente. È una frattura profonda, eppure proprio da questa frattura nascerà una nuova fase della sua poesia.
Quando negli anni Ottanta torna finalmente alla scrittura, pubblica La Terra Santa. Il titolo è paradossale: la terra santa, infatti, è il manicomio. Ma perché chiamare così un luogo di dolore? Perché la follia non è soltanto una perdita, ma è anche una forma di conoscenza. La mente del folle vede ciò che la normalità spesso non riesce a percepire o preferisce ignorare.
L’idea che la follia possa contenere una forma di verità non nasce con Alda Merini. È una tensione che attraversa tutta la cultura occidentale. Già nel 1509, nel suo celebre Elogio della follia, Erasmo di Rotterdam scriveva che: «La vita degli uomini non sarebbe vita se non fosse temperata da un po’ di follia.»
Senza illusioni, senza passioni irrazionali, senza quella scintilla di disordine che rompe la rigidità della ragione, la vita diventerebbe insopportabile. La follia, per Erasmo, è ciò che rende possibile l’amore, l’arte, l’entusiasmo.
Tutta la letteratura, in realtà, è popolata da personaggi apparentemente folli che vedono più lontano degli uomini normali. Pensiamo ad Amleto, il principe di Danimarca che si finge pazzo zia per smascherare la corruzione del potere; o a Don Chisciotte, il cavaliere creato da Miguel de Cervantes, che agli occhi del mondo appare come un pazzo visionario mentre in realtà è l’unico a difendere, fino all’estremo, l’idea di giustizia in un mondo ormai dominato dal cinismo.

O ancora al principe Myškin de L’idiota di Dostoevskij, un uomo che proprio per la sua purezza e per la sua incapacità di adattarsi alle logiche dell’opportunismo viene stupidamente giudicato idiota dalla società che lo circonda.
Nelle opere di Pirandello, invece, il folle è l’unico a intravedere l’assurdità delle convenzioni sociali.
In uno dei suoi drammi più belli, l’Enrico IV, un uomo, dopo una caduta da cavallo perde la ragione e si auto convince di essere un imperatore. Ma quando, anni dopo, riacquista la lucidità, sceglie consapevolmente di continuare a fingersi pazzo. Perché ha capito che la follia, in fondo, è una maschera più onesta di quelle che indossano ogni giorno gli uomini normali.
È proprio questa intuizione che attraversa anche la poesia di Alda Merini: la mente ferita non è soltanto una mente fragile, ma una mente che ha visto qualcosa che gli altri non vogliono vedere. In uno dei passi più intensi del suo Diario di una diversa, Alda confessa: «Ero matta in mezzo ai matti. (…) Sono nate lì le mie più belle amicizie. I matti sono simpatici, non come i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo».
Negli anni Novanta la sua figura diventa sempre più conosciuta. Vive in una casa sui Navigli di Milano e intorno a lei si crea una sorta di mito. Giornalisti, studenti, artisti la incontrano, la intervistano, la ascoltano, si abbeverano delle sue parole. Nasce così l’immagine della poetessa dei Navigli, una figura carismatica e affascinante. Ma bisogna fare attenzione, perché il rischio è di trasformare la sua vita in una leggenda romantica.
La poesia di Alda Merini nasce da un’esperienza concreta di esclusione, perdita e resistenza. È una poesia che parla di amore, di Dio, di desiderio, ma anche di dolore, lutto e sofferenza. Nei suoi versi convivono eros e spiritualità, passione e dolore. Sono la testimonianza, in forma poetica, dell’odissea vissuta da una donna che ha attraversato un sistema istituzionale durissimo. Di una madre che ha visto le proprie figlie allontanarsi durante gli anni di internamento. Di una scrittrice che ha dovuto riconquistare lentamente la propria voce.
Alla fine, Alda Merini, si spegne a Milano il 1 novembre 2009. La sua poesia, ancora oggi, continua a essere letta, citata, amata. Ma forse il suo lascito più importante non riguarda soltanto la letteratura. Riguarda la domanda che la sua vita continua a porre: che cos’è davvero la follia? Una patologia individuale? Una fragilità della mente? O forse la conseguenza di un sistema incapace di accogliere ciò che non comprende?Alda Merini ci ricorda che il confine tra normalità e follia non è mai soltanto una questione medica. È anche una questione di potere.