RAMALLAH, PALESTINA OCCUPATA – Almeno 36mila persone sfollate con la forza in un anno; 1.732 episodi di violenza da parte dei coloni israeliani contro comunità palestinesi; 84 nuovi avamposti costruiti, centinaia di ettari di terre sottratte e occupate dai coloni israeliani. Il nuovo rapporto dell’Ufficio ONU [1]per i diritti umani pubblicato martedì 17 marzo è un ennesimo campanello d’allarme: nella Cisgiordania occupata, la violenza di Israele non fa che aumentare. Il governo ha velocizzato l’espansione degli insediamenti, e l’annessione di vaste parti della Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est, sfollando con la forza oltre 36.000 palestinesi [2]. Intanto che e demolizioni e i furti di terre continuano, la violenza dei coloni [3] e dei militari cresce senza freni. E si rischia la pulizia etnica.
«Gli sfollamenti nella Cisgiordania occupata, che coincidono con gli sfollamenti su vasta scala dei palestinesi a Gaza per mano dell’esercito israeliano, sembrano indicare una politica israeliana concertata di trasferimento forzato di massa in tutto il territorio occupato, volta a provocare uno sfollamento permanente, sollevando timori di pulizia etnica», si legge.
Il rapporto copre il periodo di 12 mesi fino a ottobre 2025, e documenta 1.732 episodi di violenza da parte dei coloni israeliani che hanno causato vittime o danni alla proprietà, corrispondendo a un aumento del 24% rispetto ai 1.400 episodi segnalati nello stesso periodo dell’anno precedente.

Le ripetute violenze dei coloni non vanno lette come casi isolati, ma appartengono a un preciso schema [4] portato avanti del governo di Tel Aviv. «La violenza dei coloni è proseguita in modo coordinato, strategico e in gran parte incontrastato, con le autorità israeliane che hanno svolto un ruolo centrale nel dirigere, partecipare o consentire tale condotta», ha rilevato il rapporto.
E mentre, come da copione, i diplomatici israeliani a Ginevra accusano l’ufficio [5] di essere «l’epicentro di un vile attivismo anti-israeliano», i fatti in Cisgiordania parlano da soli: dall’inizio della guerra iniziata da Tel Aviv e Stati Uniti contro l’Iran, sono almeno 15 i palestinesi uccisi in questo pezzo di Palestina, di cui 6 da parte dei coloni. Pochi giorni fa, i soldati di Tel Aviv – in borghese – hanno aperto il fuoco contro una macchina a Tammoun, nei pressi di Tubas, sterminando una famiglia che stava tornando a casa. Othman e Mohammed avevano 7 e 5 anni; sono stati crivellati di colpi insieme ai genitori, mentre i due fratellini sopravvissuti sono stati picchiati dai militari. «Abbiamo ucciso dei cani», hanno detto i militari a Khaled, uno dei due bambini ancora in vita, riferendosi alla sua famiglia.
Secondo il rapporto, l’impunità diffusa e radicata «sta facilitando e incoraggiando la violenza e le molestie contro i palestinesi».

Durante lo stesso periodo di 12 mesi, «un numero senza precedenti di 84 avamposti è stato istituito nella Cisgiordania occupata, portando il totale a oltre 300».
Il documento evidenzia anche il rischio crescente di sfollamento per migliaia di palestinesi appartenenti a comunità beduine situate a nord-est di Gerusalemme Est a causa dell’avanzamento dei piani di insediamento, nello specifico il famigerato piano E1 [6], che se realizzato taglierà in due la Cisgiordania, mettendo la parola fine all’idea di uno Stato palestinese. Mentre le demolizioni di case continuano, Israele ha approvato o vuole approvare circa 27.200 unità abitative per i coloni in Cisgiordania [7], oltre a 36.973 unità a Gerusalemme Est.
Il rapporto aggiunge che il trasferimento illegale di persone protette costituisce un crimine di guerra secondo la Quarta Convenzione di Ginevra, osservando che tali atti possono comportare responsabilità penale individuale per i funzionari coinvolti e, in determinate circostanze, possono configurare anche un crimine contro l’umanità.
Il documento conclude inoltre che il trasferimento di potere dall’esercito israeliano alle autorità civili, le misure per confiscare terre palestinesi per l’espansione degli insediamenti, così come altre politiche e pratiche discriminatorie, «equivalgono a un regime istituzionalizzato di discriminazione sistematica, oppressione e violenza da parte di Israele contro i palestinesi», in violazione del divieto del diritto internazionale di segregazione razziale e apartheid.
È così che l’Alto Commissario ONU per i diritti umani Volker Türk ha chiesto a Israele di cessare immediatamente e completamente la creazione e l’espansione degli insediamenti e di invertirne gli effetti, invocando l’evacuazione di tutti i coloni e la fine dell’occupazione del territorio palestinese. Per l’ufficio Onu Israele deve consentire il ritorno dei palestinesi sfollati e porre fine a tutte le pratiche di confisca delle terre, sfratti forzati e demolizioni di abitazioni.
Ma mentre l’ennesimo rapporto certifica l’apartheid israeliano, parla di “rischio” di pulizia etnica e di annessione della Cisgiordania, l’inazione e il silenzio intorno sono assordanti: i governi occidentali tacciono, continuando a finanziare ed appoggiare politicamente Israele. Mentre a Gaza il genocidio non si è mai fermato. La Palestina è ormai diventata la pietra tombale del sistema internazionale, dell’Onu, e del diritto internazionale.