Sarebbero almeno 900 gli affiliati alla ‘ndrangheta presenti in Piemonte, distribuiti in 24 comuni e inseriti in 16 “locali” e 30 ‘ndrine. È la fotografia scattata dall’ultimo rapporto “Non è altrove” di Libera Piemonte, che ha esaminato le statistiche diramate dall’ultimo rapporto della Direzione Investigativa Antimafia. Un numero, quello degli uomini d’onore calabresi attivi nella regione, che emerge incrociando i dati delle inchieste giudiziarie con le evidenze investigative, e che colloca il Piemonte tra le regioni del Nord Italia con la più alta densità di presenze mafiose. Dal 2011, inoltre, sono state oltre 25 le inchieste giudiziarie che hanno portato in aula più di 450 indagati, con decine di condanne per associazione di tipo mafioso.
Oltre ai numeri specifici sul fenomeno mafioso e sul narcotraffico – che nel 2024 vede numeri in forte crescita rispetto all’anno precedente, con 1.748 denunce e il sequestro di 4,4 tonnellate di droga, il report [1] si concentra anche sui cosiddetti “reati spia”, quei delitti che più di altri segnalano l’infiltrazione nell’economia legale. I numeri destano infatti grande allarme: nel 2024, secondo l’elaborazione di Libera su dati del Ministero dell’Interno, la regione ha registrato 29.515 reati spia, piazzandosi al secondo posto in Italia dopo la Lombardia (inquadrata come centro nevralgico dell’alleanza “organica” tra mafie nel nord Italia, come testimoniato dalla maxi-inchiesta “Hydra”, appena sfociata in un processo). In particolare, in Piemonte le estorsioni sono aumentate del 16% (902 casi) e il riciclaggio è cresciuto del 54% (74 episodi). Le truffe e frodi informatiche hanno invece segnato un calo del 6,5%; nel 2025 Libera ha censito cinque inchieste piemontesi su corruzione e concussione, con 80 indagati, mentre il gioco d’azzardo – settore particolarmente vulnerabile e tradizionalmente ricollegato a usura e riciclaggio – ha superato nel 2024 i 9 miliardi e mezzo di euro di raccolta.
Il quadro che emerge dalle analisi giudiziarie e investigative è quello di una ‘ndrangheta che, esattamente come la mafia siciliana, non cerca più lo scontro frontale, prediligendo invece quella “strategia della sommersione” che consente di mimetizzarsi [2] con grande efficacia all’interno dell’economia legale. In occasione dell’apertura dell’anno giudiziario 2026, la Procuratrice Generale di Torino – il magistrato Lucia Musti – ha affermato che «non è più il tempo delle semplificazioni quali “gli ‘ndranghetisti soffocano gli imprenditori con le richieste del pizzo”», dal momento che «sempre più sono gli imprenditori che si rivolgono alle organizzazioni di ‘ndrangheta per appaltare segmenti dei loro cicli produttivi, ad esempio logistica, sicurezza, smaltimento rifiuti, recupero crediti a costi dimezzati».
Negli ultimi anni, le inchieste hanno fatto luce sull’influenza e gli interessi delle ‘ndrine in settori strategici dell’economia regionale: dal turistico-alberghiero alla ristorazione, dalla gestione di servizi pubblici all’edilizia e ai trasporti, fino al commercio di prodotti petroliferi e metalli. Nel 2025, la sola Prefettura di Torino ha adottato 22 provvedimenti antimafia, tra informazioni interdittive e dinieghi di iscrizione nelle white list, mentre le segnalazioni di operazioni sospette all’Unità di Informazione Finanziaria hanno raggiunto quota 8.871, con un incremento del 10% rispetto all’anno precedente. Sul fronte dei beni confiscati, il Piemonte risulta la settima regione in Italia per numero di beni sottratti, ma penultima per la capacità di riutilizzo: solo il 23% contro una media nazionale del 45%. «I fattori che portano a questo magro risultato sono diversi e chiamano in causa alcune caratteristiche specifiche del territorio piemontese: nella Regione insistono circa 1180 Comuni, molti dei quali molto piccoli e scarsamente popolati, con una macchina amministrativa ridotta e non sempre in grado di far fronte alle numerose incombenze che gravano sugli Enti Locali – scrive Libera -. A questo si aggiunge una scarsa conoscenza e percezione del fenomeno mafioso sul territori».
La storia della presenza pervasiva della criminalità organizzata in Piemonte è ormai di lungo corso. Il territorio porta ancora addosso la ferita dell’omicidio del procuratore capo di Torino Bruno Caccia, ucciso nel 1983, e quella di una lunga sottovalutazione istituzionale e sociale che per anni ha favorito l’idea di un Nord immune dalle mafie. La svolta è arrivata con l’operazione Minotauro, nel 2011, quando l’arresto di 142 presunti affiliati e complici ha reso evidente il radicamento della ’ndrangheta e i suoi legami con la politica locale. Da allora il sistema delle indagini è cambiato, ma soprattutto è cambiata la lettura del fenomeno: non più semplice importazione criminale, bensì capacità di insediamento stabile in contesti altamente permeabili.