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Israele: aveva denunciato “abusi rituali”, morta la figlia della ministra Orit Strook

Dopo mesi di accuse pubbliche in cui denunciava abusi sessuali e violenze sistematiche in ambito familiare, Shoshana Strook, 34 anni, figlia della ministra israeliana Orit Strook, è stata trovata morta nel Moshav Amirim, vicino Safed, nel nord di Israele. A comunicarlo è stata la madre, titolare della delega agli Insediamenti nel governo Netanyahu e membro della Kenesset per il Partito sionista religioso: «Con il cuore spezzato vi comunico la scomparsa della nostra amata figlia, Shoshana». Le autorità [1] hanno aperto un’indagine che, al momento, non rileva elementi riconducibili a un reato, mentre le prime ipotesi si orientano verso un gesto volontario.

Shoshana Strook aveva costruito un racconto pubblico articolato, affidato a numerosi video [2] e testimonianze diffuse sui social, in cui denunciava abusi sessuali subiti fin dall’infanzia e una violenza protratta nel tempo, inserita – secondo la sua versione – in un contesto familiare e sociale incapace di proteggerla. Poche settimane prima della morte aveva anche lanciato una raccolta fondi, descrivendosi in condizioni di estrema precarietà: senza casa, costretta a spostarsi tra appartamenti di sconosciuti, impossibilitata a lavorare e isolata dalla famiglia. «Non sono più al sicuro», aveva scritto, collegando esplicitamente la propria situazione a una recente aggressione e alle denunce presentate alle autorità. Nel suo racconto, il trauma non appariva come un episodio circoscritto, ma come una condizione permanente, una linea continua dall’infanzia all’età adulta, mai interrotta e mai realmente elaborata. Una testimonianza che, pur priva di riscontri ufficiali investigativi, ha avuto un impatto significativo sul piano mediatico, soprattutto all’estero, in Europa e nei Paesi arabi.

Il punto di svolta si colloca nell’aprile 2025, quando in un video Shoshana aveva formulato accuse dirette contro i genitori e un fratello, delineando un quadro che assumeva i contorni di un sistema organizzato: abusi, materiale pedopornografico prodotto in ambito domestico, minacce per mantenere il silenzio. A sostegno delle sue dichiarazioni, affermava di aver presentato una denuncia formale, inizialmente depositata in Italia, dove si trovava, poi trasmessa alle autorità israeliane. L’unità investigativa Lahav 433 aveva aperto un fascicolo, ma la risposta istituzionale si è accompagnata a un ordine di silenzio e a restrizioni per i media. Nel ricostruire la propria infanzia, Shoshana descriveva un sistema di controllo e violenze iniziate nell’insediamento di Hebron: «A partire dai due anni e mezzo […] mi portavano a cerimonie pedofile». Nella sua testimonianza, ha parlato di manipolazione, droghe e ipnosi come parte di quello che descriveva come un “abuso rituale” che si sarebbe protratto per anni: «Quando avevo 13 anni, mio padre ha iniziato a sfruttarmi sessualmente».

Sul piano politico, la vicenda assume un ulteriore livello di complessità. La madre Orit Strook è tra i leader dell’insediamento di Hebron ed è [3]stata tra le principali promotrici della narrazione sionista sulle violenze sessuali attribuite a Hamas il 7 ottobre 2023, utilizzando quei fatti come elemento centrale del discorso pubblico per legittimare la “risposta militare” di Israele. Quando la figlia l’ha accusata direttamente di violenze e abusi, si è generato un cortocircuito che ha investito la credibilità stessa della comunicazione istituzionale. Un elemento che emerge dal contesto familiare riguarda anche Zviki (Zvi) Strook, fratello di Shoshana, condannato nel 2007 da un tribunale israeliano per il rapimento e la tortura di un giovane palestinese e per aver ucciso un capretto. Secondo le ricostruzioni giudiziarie, la vittima fu sequestrata, legata e sottoposta a violenze, prima di essere ritrovata in condizioni gravi. Per questi fatti, Strook fu condannato a circa 30 mesi di carcere. In risposta alla sentenza, la ministra israeliana si limitò a dichiarare che, “a differenza della Corte, che ha preferito credere ai testimoni arabi, siamo sicuri dell’innocenza di Zvi e siamo feriti dal successo dei suoi nemici e lo aiuteremmo ad affrontare la difficile condanna inflitta su di lui”.

Il racconto mediatico sulla morte di Shoshana si è rapidamente polarizzato: da una parte resta una sequenza di accuse mai confermate; dall’altra, un silenzio istituzionale che non ha chiarito né smentito in modo definitivo le denunce della donna. Il caso Strook non si chiude con la morte della giovane donna, ma lo cristallizza in un punto cieco: priva la vicenda della sua voce principale e rende ancora più difficile distinguere tra ciò che è stato denunciato e ciò che potrà mai essere accertato.

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Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.