Continua a essere molto opaco, e a dir poco ambiguo, l’annunciato disimpegno di ENI dalla partita del gas nelle acque profonde di Gaza. Così come resta complice il rapporto del cane a sei zampe con l’israeliana Delek, che sostiene le colonie illegali in Cisgiordania. A distanza di due mesi e mezzo dal proclama di ritiro dalle attività di esplorazione nelle acque palestinesi alla ricerca di gas – rilasciato per iscritto alla trasmissione Report del 14 dicembre scorso – ENI non ha intrapreso «alcuna azione concreta per uscire dall’alleanza a tre, da lei guidata». Né ha mai «smentito l’aggiudicazione delle licenze». La multinazionale italiana resta cioè ancorata al consorzio che aveva vinto le licenze esplorative nel mare di Gaza il 29 ottobre 2023, assieme alla scozzese Dana Petroleum e all’israeliana Ratio Energies. A dirlo non sono (solo) gli attivisti dei diritti umani come ReCommon, ma una delle “compagne di cordata” di ENI: la coreana KNOC, che di fatto controlla la compagnia scozzese Dana Petroleum, parte integrante del progetto illegale di sfruttamento del gas al largo delle coste palestinesi, in stallo. ENI è ancora «consortium partner» per l’esplorazione del gas sul territorio palestinese: questo afferma un portavoce della KNOC, citato [1]da Middle East Monitor.
«Dopo la fine della guerra israelo-palestinese la compagnia (KNOC, nda) esaminerà se procedere o meno con l’esplorazione (del gas offshore, nda) assieme ai partner del consorzio, tra cui ENI». Si tratta di un’affermazione forte di KNOC, in risposta agli attivisti del Paese asiatico, che rimescola le carte e smentisce un’altra dichiarazione fornita da ENI stessa, che non prevede [1] un «coinvolgimento nell’area in futuro».

Friends of the Earth Scozia, da mesi alle calcagna di Dana Petroleum per chiederne il ritiro dal progetto, in uno scambio di mail privato ci scrive: «Non siamo ancora in condizione di confermare o smentire se ENI si sia ritirata o meno». Tuttavia è noto che la stessa Dana Petroleum, sollecitata più volte dai deputati scozzesi, non abbia rinunciato alla partita. Difficile immaginare che possa farlo ENI, che di quel consorzio è capofila, osservano gli attivisti.
«Mi auguro che questi piani siano urgentemente fermati», dice il deputato scozzese Patrick Harvie, che aggiunge: «Il nostro Parlamento ha promosso una mozione dei Verdi per unirsi al movimento globale BDS: è tempo di fare passi reali per mettere fine ai rapporti con il regime dell’apartheid israeliano».
L’opacità è la cifra di tutta questa vicenda oscura che ha “per sfondo” un genocidio. E lo si intuisce meglio considerando che il progetto di estrazione di gas nell’area, per ENI, è molto più vasto e ghiotto di quanto sembri. «Per ENI – ipotizza persino Milano Finanza – già attiva in Egitto con Zohr e Damietta Lng, l’ingresso in Israele conclude il corridoio del gas mediterraneo, che collega il Nord Africa al Levantino e all’Europa». «Una stabilità politica potrebbe riaprire anche queste aree all’esplorazione» e portare le risorse complessive del bacino oltre i 1300 miliardi di metri cubi di gas, sostiene la testata. Eppure a dicembre scorso, come accennato, il capo delle relazioni con i media del cane a sei zampe comunicava alla redazione di Report: «ENI non prevede di essere coinvolta in attività nell’area nel futuro». Una vera e propria notizia, se fosse vera.
L’azienda non ha mai «smentito l’aggiudicazione delle licenze e non ha comunicato di avervi rinunciato o di volerlo fare», replica ReCommon [2] in risposta alla diffida inviata da ENI ai suoi attivisti. È più probabile invece, aggiunge l’associazione, che abbia «nei piani futuri l’intenzione di portare avanti le attività esplorative in zona economica palestinese». Entrando più nel dettaglio dell’affaire Gaza: il consorzio a tre aveva visto ENI protagonista (e vincitrice) il 29 ottobre 2023, in pieno genocidio, delle gare d’appalto per sei nuove licenze di esplorazione di gas offshore nel mar Mediterraneo; il 62% delle quali nella Zona Economica Esclusiva palestinese. A guerra avviata, dunque, e con un bilancio di migliaia di civili palestinesi uccisi dall’IDF, la “nostra” multinazionale, controllata al 31% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e da Cassa Depositi e Prestiti, partecipava a una “gara” di fatto illegale. E la vinceva.
Da dicembre a oggi un silenzio improbabile è calato su quella gara, eccetto che per le scarne parole inviate alla Rai. Troppo poco, dicono i promotori dei diritti umani. Per tutte queste ragioni (e per diverse altre) il movimento BDS Italia lancia in questi giorni una nuova campagna di boicottaggio: nel mirino ci sono le complicità della multinazionale con il regime di apartheid israeliano.

«ENI non ha solo ottenuto da Israele licenze di esplorazione in aree di competenza palestinese – ribadisce BDS – ma è legata a doppio filo a imprese energetiche israeliane coinvolte nello sfruttamento di risorse nei Territori Palestinesi Occupati». Qui il riferimento è all’azienda israeliana Delek. Parallelamente alla incresciosa storia delle licenze in acque palestinesi, va avanti in effetti un’altra alleanza societaria equivoca, chiamata da ENI in gergo business combination: quella con la britannica Ithaca Energy. Nell’aprile del 2024 ENI avvia e completa l’acquisizione [3] del 38,7% dell’azienda inglese che estrae petrolio nel Mare del Nord.
La “versione UK” del cane a sei zampe riceve azioni ordinarie di Ithaca: fin qui le solite operazioni di business se non fosse che Ithaca Energy è posseduta a maggioranza dal gruppo Delek, una delle più grandi società energetiche di Israele, inserita nella black list delle Nazioni Unite. Rifornisce infatti di benzina e gasolio le forze armate israeliane e attraverso una sua controllata gestisce stazioni e minimarket all’interno delle colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme Est [4]. Eppure la multinazionale italiana ritiene di non dover dar conto delle alleanze stipulate dal suo “alter ego” londinese. Insiste invece sul fatto che «l’operazione è stata negoziata, eseguita e conclusa direttamente tra ENI UK e Ithaca, gruppo indipendente e quotato a Londra».
Scrive [5]Greenpeace che: «Una delle principali responsabilità di ENI è di non aver svolto, o di aver svolto in maniera inadeguata, la due diligence richiesta dai princìpi generali, contribuendo di fatto al proseguimento di un impatto negativo sui diritti umani anche solo attraverso il pagamento di dividendi al socio Delek». Dietro l’occupazione militare della Palestina c’è dunque una «joint criminal enterprise», come la chiama Francesca Albanese nel più letto dei sui report: un sistema economico-finanziario complesso orientato alla distruzione dei palestinesi, di cui ENI è parte integrante.
Esiste infine un terzo elemento non meno importante che rende ENI complice: la società avrebbe venduto 30mila tonnellate di greggio allo Stato ebraico, estraendolo da un impianto in Basilicata: il Centro Olio in Val D’Agri. «Anche questa affermazione è falsa», smentisce ENI. Perché il greggio ENI prodotto lì «viene interamente destinato alla raffineria di Taranto per essere lavorato nei propri impianti». Eppure l’accusa si basa su dati piuttosto incontrovertibili, citati da ReCommon: l’analisi condotta da Oil Change International e Data Desk, contenuta nel report [6]“Behind the Barrell”.
E a questo proposito BDS Italia denuncia con forza il fatto che ENI «rifornisce direttamente Israele di carburante proveniente dall’impianto di Val D’Agri, tramite il porto di Taranto e queste esportazioni di greggio rappresentano una complicità materiale di estrema gravità». Il 54% delle spedizioni di carburante verso Israele nel 2024 sarebbe avvenuto dopo la raccomandazione della Corte Internazionale di Giustizia del 26 gennaio, che ha richiamato gli Stati all’obbligo di prevenire il genocidio.