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Banksy, svelata l’identità: il nome che il mercato voleva ma che l’arte non avrà mai

Per trent’anni l’arte più famosa del mondo non aveva nome. O meglio, ne aveva uno solo: Banksy. Un nome che era insieme un manifesto, uno scudo e un paradosso vivente. La magia è finita il 13 marzo 2026, quando Reuters ha pubblicato un’inchiesta in grado di svelare, documenti alla mano, chi si nasconde dietro la bomboletta spray più politica della storia contemporanea. Si chiama Robin Gunningham. È nato a Bristol nel 1973. E da qualche anno si fa chiamare David Jones, tra i nomi più comuni del Regno Unito.

L’inchiesta Reuters: quattro anni per un nome

Il punto di partenza è l’autunno del 2022, quando una serie di murales appare sulle macerie di edifici bombardati nell’Ucraina devastata dalla guerra russa. Sette opere, disseminate tra Kiev e i villaggi della periferia: immagini di bambini, di ginnaste, di atleti che danzano su cumuli di polvere e ferro. Mentre Banksy le rivendica su Instagram, l’agenzia inizia a scavare.

I giornalisti Simon Gardner, James Pearson e Blake Morrison seguono la pista [1] per anni intervistando una dozzina di persone vicine all’artista e analizzando fotografie in cui il volto è sì coperto, ma lascia trasparire qualche dettaglio. Risalgono al settembre 2000, quando un uomo viene arrestato a New York sul tetto del 675 di Hudson Street, mentre deturpa un cartellone pubblicitario di Marc Jacobs. Nelle carte giudiziarie, mai rese pubbliche fino ad allora, c’è una confessione scritta a mano. Il nome è Robin Gunningham. Un nome che, a dire il vero, era già circolato. Nel luglio 2008 il Mail on Sunday aveva pubblicato un’inchiesta indicando proprio Robin Gunningham come il volto dietro la maschera, corredandola di una fotografia. Il manager dell’artista smentì senza esitazione, e la storia si sgonfiò. Inoltre poco dopo l’uscita di quell’inchiesta, Banksy avrebbe cambiato legalmente il proprio nome da Robin Gunningham a David Jones, rendendo di fatto il nome svelato dal tabloid già obsoleto nel momento in cui veniva pubblicato.

La Reuters riesce a chiudere cerchio con i dati di immigrazione in Ucraina: il 28 ottobre 2022, lo stesso giorno in cui Robert Del Naja di Massive Attack e il fotografo Giles Duley (senza braccia e con protesi alle gambe, quindi riconoscibilissimo) entrano in Ucraina, un certo David Jones attraversa il confine. La data di nascita sul passaporto coincide con quella di Robin Gunningham. Due giorni dopo, un’anziana del villaggio di Horenka prepara il caffè per due pittori mascherati. Quando Reuters le mostra una galleria fotografica, la sua reazione non lascia spazio ai dubbi.

L’avvocato di Banksy, Mark Stephens, ha scritto all’agenzia chiedendo di non pubblicare: rivelare l’identità dell’artista violerebbe la sua privacy, interferirebbe con la sua arte, lo metterebbe in pericolo. «Lavorare in forma anonima o sotto pseudonimo serve interessi sociali vitali», ha scritto Stephens. «Protegge la libertà di espressione, consentendo ai creatori di dire la verità al potere senza timore di ritorsioni.» Reuters ha pubblicato lo stesso. L’ex manager dell’artista, Steve Lazarides, ha liquidato la questione con una frase [2] che vale un’opera: «Robin Gunningham non esiste. Il nome che avete l’ho ucciso anni fa».

Un artista che ha scelto i muri del mondo

Prima di essere un enigma, Banksy è stato un ragazzo di Bristol che spruzzava stencil sui muri della sua città. La sua prima opera riconoscibile – The Mild Mild West, un orsacchiotto di peluche che fronteggia una fila di poliziotti in tenuta antisommossa – appare nel 1999 e stabilisce già la grammatica di tutto ciò che verrà: ironia tagliente e contenuto politico che brucia sotto la superficie. Negli anni Duemila i topi e le scimmie di Banksy colonizzano Londra. Girl with Balloon compare nel 2002 sul Waterloo Bridge. Kissing Coppers scandalizza Brighton nel 2004. Flower Thrower diventa l’icona globale di una resistenza nonviolenta che il sistema non sa come gestire.

Ma è in Palestina che l’arte di Banksy acquista la sua dimensione più scomoda e necessaria. Sul Muro di separazione israeliano compaiono le sue immagini più potenti: bambini che salgono su palloncini verso il cielo, una bambina perquisita da un soldato, un varco immaginario che apre su una spiaggia caraibica. Nel 2017, a Betlemme, inaugura il Walled Off Hotel, affacciato sul muro e con «la peggiore vista sul mondo»: una struttura reale, aperta ai visitatori, che è allo stesso tempo opera d’arte, atto politico e schiaffo alla comunità internazionale. Negli ultimi anni, con Gaza sotto le bombe, Banksy è tornato a dipingere: un gatto che gioca con un gomitolo di filo tra le macerie, un civile che porta in spalla una bandiera bianca.

In Italia, la sua firma è apparsa in luoghi simbolici. Nel maggio 2019 è toccato a Venezia: all’alba del 9 maggio, sulle mura di Palazzo San Pantaloncompare Migrant Child, un bambino in giubbotto di salvataggio che regge una torcia olimpica arancione — lo stesso colore dei canotti dei migranti nel Mediterraneo. L’opera arriva nei giorni di apertura della Biennale, quando la città è piena di galleristi e collezionisti: non è un caso. Anni dopo, Banca Ifis acquista l’intero palazzo con l’intenzione di restaurare il murale. Una “buona intenzione” che tradisce esattamente ciò che quell’opera voleva significare.

Restaurare Banksy significa ucciderlo

Il murales è per definizione un’opera ribelle. Non chiede il permesso, non è inserito una cornice e non pretende il pagamento di un biglietto d’ingresso. Il suo destino è stare esattamente dove sta: esposto al vento, alla pioggia, all’incuria, per poi svanire. Quando Venezia decide di restaurare [3] Migrant Child, trasforma un urlo in un soprammobile. Quando le gallerie organizzano mostre su Banksy con riproduzioni autorizzate a prezzi da mercato, eseguono su di lui la stessa operazione che i suoi murales denunciano: trasformare la critica in prodotto, l’indignazione in consumo. Nel 2018, la celebre Girl with Balloon viene messa all’asta da Sotheby’s e, nel momento esatto in cui il martelletto cade, si autodistrugge passando attraverso un trituratore nascosto nella cornice. La folla rimane senza parole. Il mondo ride, o piange, o non capisce.

Nel 2021, durante la pandemia, dipinge su un vagone della metropolitana londinese topi che starnutiscono, tossiscono, usano il gel disinfettante, denunciando la gestione dell’emergenza sanitaria; il gestore della metro fa rimuovere l’opera nel giro di poche ore. Lo stesso anno vende un quadro per raccogliere fondi per gli ospedali britannici del NHS, dimostrando che il sistema è disposto ad accettare i suoi soldi pur continuando a cancellare i suoi muri. Nel 2025, un’opera compare davanti alle Royal Courts of Justice di Londra, critica rispetto al giro di vite del governo britannico sul diritto di protesta. Rimossa anche quella.

Un nome non cambia niente

La forza di Banksy non ha mai avuto bisogno di un volto. Ce l’hanno ricordato loro (i collezionisti, i mercanti, i funzionari della cultura istituzionale) ogni volta che hanno tentato di dargliene uno: con le mostre non autorizzate che spuntano ovunque, con i documentari sulla “vera storia”, con le aste e i restauri e le targhe commemorative. Forse è questa la sua opera più compiuta: non un singolo stencil, non un singolo murales, ma la costruzione di un mito che il mercato rincorre da trent’anni senza riuscire ad afferrare. Ora ha anche un nome. Robin Gunningham. Cinquantadue anni, Bristol. Potete metterlo in catalogo, se volete. Ma sarà un catalogo senza voce, perché i muri continueranno a parlare per lui.

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Mario Catania

Giornalista professionista freelance, specializzato in cannabis, ambiente e sostenibilità, alterna la scrittura a lunghe camminate nella natura.