La petroliera russa Arctic Metagaz si trova alla deriva nelle acque del Mediterraneo e, dopo giorni di navigazione incontrollata, si sta avvicinando pericolosamente alle coste italiane. Dopo l’attacco subito il 3 marzo attraverso l’utilizzo di droni mentre si trovava al largo della Libia, l’imbarcazione, che trasporta 900 tonnellate di gasolio e 60mila tonnellate di gas naturale liquefatto (GNL), può diventare una bomba a orologeria e causare un disastro ecologico.
Mosca avrebbe accusato [1] l’Ucraina, attribuendole la responsabilità dell’azione militare, mentre da Kiev non sono ancora arrivate spiegazioni né commenti a riguardo. Non sarebbe in ogni caso la prima volta che si verifica un attacco ucraino ai danni di un’imbarcazione russa, come nel caso della petroliera Qendil nel dicembre del 2025. La Metagaz è soggetta a sanzioni e, come in altri casi, è considerata parte della cosiddetta “flotta ombra” del Cremlino.
Se le responsabilità dell’accaduto sono incerte, il futuro della nave e gli effetti della sua permanenza nel Mediterraneo restano gravemente precari. Secondo le analisi [2] dei siti specializzati in traffico navale, il 3 gennaio la nave si trovava nel porto di Tieshan nella provincia del Guangxi, nel sud della Cina, per poi ritrovarsi il 27 gennaio a Port Said, in Egitto. Le autorità egiziane negano [1] ogni relazione con la metaniera e alcun tipo di contratto per la fornitura o la ricezione di GNL. L’attacco è avvenuto a centocinquanta miglia nautiche dalla città di Sirte, in Libia, e le stesse autorità libiche hanno affermato che la nave proveniva dal porto russo di Murmansk, nel mare di Barents. Le autorità maltesi, dopo essere venute a conoscenza della presenza di una nave colpita nella propria zona di Ricerca e Soccorso (SAR, Search and Rescue), hanno soccorso celermente l’equipaggio, dimostrando indubbiamente una rapidità d’azione poco usuale rispetto a situazioni simili, ma che hanno visto nel corso degli anni protagoniste imbarcazioni di migranti alla deriva.
In seguito all’operazione di salvataggio dell’equipaggio russo, la nave, inizialmente considerata affondata dalle testimonianze libiche, si trova alla deriva da più di dieci giorni. Lunga 277 metri e gravemente danneggiata da uno squarcio sul lato sinistro e nella zona della poppa dall’incendio provocato dall’esplosione del drone, la metaniera rischia di sversare tonnellate di petrolio e gas liquefatto in mare elevando la possibilità di recare un danno ambientale in un’area ricca di biodiversità.
Nella giornata di venerdì 13 marzo, a Palazzo Chigi si è svolta una riunione tra la premier Giorgia Meloni e i ministri Guido Crosetto, Antonio Tajani, Nello Musumeci e Gilberto Pichetto Fratin con il fine di monitorare la questione. Secondo il rapporto [3] del governo maltese, l’imbarcazione si trova ancora nella zona SAR dell’isola ed è stato stabilito l’obbligo di mantenere una distanza di almeno cinque miglia nautiche. Attraverso la nota [4] di Palazzo Chigi il governo italiano assicura la collaborazione con le autorità maltesi. Secondo quanto affermato dal sindaco di Lampedusa, Filippo Mannino, la metaniera sarebbe sotto il controllo della Marina Militare italiana, di un rimorchiatore e di una nave finalizzata ad interventi ambientali. La condizione precaria dell’imbarcazione, però, aumenta il livello di incertezza sui prossimi passi da compiere per risolvere il problema. Difatti la nave, che si sta allontanando gradualmente dalle coste maltesi per avvicinarsi con tutta probabilità alle coste dell’isola di Linosa, potrebbe necessitare di azioni di rimorchio o di traino estremamente complesse. Se da un lato si è esclusa l’opzione dell’affondamento attraverso l’utilizzo di cariche esplosive per ragioni di sicurezza, non è ancora chiaro cosa abbia intenzione di fare il governo italiano oltre alle operazioni di monitoraggio.
Questa situazione si somma all’attuale vulnerabilità del traffico petrolifero navale in seguito alla guerra e alla conseguente chiusura dello stretto di Hormuz. Se l’attacco con droni è la causa dell’incidente, i gravi ritardi dei nostri governi nei confronti di una transizione ecologica reale sono la radice di quello che rischia di diventare uno dei più gravi disastri ambientali del Mediterraneo.