- L'INDIPENDENTE - https://www.lindipendente.online -

Il “tribunale” del sogno

Una nuova geografia dell’anima: questo, secondo Frédéric Lenoir, è l’orizzonte che C.G. Jung ha esplorato, questo il continente profondo da lui scandagliato: l’Io è un aggregato complesso di sensazioni, percezioni, affetti, pensieri, ricordi. La coscienza di noi stessi passa attraverso sensazioni ed emozioni che poi il sogno mette in azione, lasciando meravigliosamente in sospeso una loro interpretazione. 

Mauro Mancia parlava del sogno come ricerca delle radici, come esperienza reale e nello stesso tempo come linguaggio poetico che narra il mondo interno, dando quindi piena dignità a quel continente la cui geografia compete a ciascuno di noi, verso la scoperta transitoria dell’insondabile. Il sogno è lontano parente di quello “schema di civiltà” che il mondo antico attribuiva allo sfondo teatrale e religioso dell’attività onirica, distinguendo la realtà ùpar, quella della veglia, dal dominio ònar, quello del sogno: la dura, lucida consistenza delle cose a confronto con l’evanescenza pulsante del desiderio. 

Gerolamo Cardano, celebre astrologo e ingegnere del Cinquecento, nel suo trattato sui sogni, metteva in guardia perché, scriveva, «tutti i sogni provengono da una conoscenza imperfetta, dalla trasposizione e commistione delle cose viste», tanto che si può parlare non di verità assoluta ma di «gradi di verità», sia per le difficoltà con cui il materiale della vita emerge nel sogno, sia perché «il medesimo sogno non ha lo stesso significato per tutti, in base alle cose specifiche che appaiono in esso». Si tratta dunque non soltanto di conoscere il sogno ma soprattutto di conoscere il sognatore

Ma allora: riusciamo davvero a sognare qualcosa che non abbiamo mai visto o di cui non abbiamo sentito parlare, di cui insomma non “sappiamo” nulla? 

Il problema forse non sta in ciò che sogniamo ma in ciò che riusciamo a dirne: il che, come si sa, è potentemente controllato dall’esperienza e irrigidito dalle varie convenzioni. Che cosa davvero ci sia nel sogno forse lo sappiamo soltanto mentre sogniamo. Anche se allora non ne sappiamo il significato, perché il saperne qualcosa comporterebbe allora una mente esterna, un’osservatività che non si può dare. 

Ecco allora che il sogno si presta, quasi come un delitto, a un processo indiziario, al far emergere le contraddizioni e le allusioni, gli alibi e le complicità. Così le cose significano fuori dei sogni, nel discorso che ne parla, come nelle dichiarazioni che rilasciano i testimoni e i presunti colpevoli. Il sogno, insomma, è il dominio che vorrebbe sfuggire alla coscienza diurna e vigile, luogo dove tutto è per ora disperso e che va riscritto perché nelle ore diurne possa essere ritrovato. 

Il sogno forse ancora sede di quella attività religiosa (etimologicamente, da “legare”) in cui pazientemente, ma anche in maniera folgorante, inattesa, vengono rimesse insieme le parti del giorno. 

Passare dalla maschera, da un sistema di adattamento comunicativo a uno svelamento totale. Uno svelamento che ci possa rendere veramente “rei confessi”, sottraendo le profondità, motivazioni e orizzonti coscienti dalla totalità anche inconscia a cui appartengono. 

Si potrebbe dunque concludere paradossalmente che, a qualche titolo, il sogno andrebbe portato nelle aule dei tribunali. 

Ricordiamo Il nome della rosa, dove Umberto Eco contamina il giovane benedettino Adso da Melk con Sherlock Holmes (su cui Eco, io e altri avremmo scritto insieme qualche anno dopo): «Tu hai inserito persone e avvenimenti di questi giorni in un quadro che tu conoscevi già, perché la trama del sogno l’hai già letta da qualche parte…». Adso credeva che i sogni fossero messaggi divini, invece: «Mi avvedevo ora che si possono sognare anche dei libri, e dunque si possono sognare dei sogni». Insomma, in tribunale, in qualità di esperto meglio non portare Umberto Eco o Jorge Luis Borges: diventerebbe possibile qualsiasi cosa. A malincuore, meglio convocare Sherlock Holmes o Carl Gustav Jung. 

Avatar photo

Gian Paolo Caprettini

Ha insegnato all'Università di Torino dal 1975 al 2013, dove è stato professore ordinario di Semiotica e Semiologia del Cinema, ha diretto Extracampus, la TV dell'Università, e il Master di Giornalismo. I suoi libri più recenti: Scrivere come sognare (Cartman), Vertigini dell'immaginario (con A. Bálzola, Meltemi), Complice la poesia (L'Indipendente), Dizionario della fiaba italiana (Meltemi).