Ieri, un bombardamento iraniano si è abbattuto nei pressi del Muro Occidentale (anche noto come Muro del Pianto o, nel mondo musulmano, Muro di al-Buraq), a Gerusalemme. Il ministero degli Esteri israeliano ha pubblicato un video [1] dell’attacco, che è stato ripreso dai media di tutta Italia. La capillarità nella diffusione di tale frammento non stupisce, se si considera lo scarso numero di testimonianze audiovisive della guerra che nelle ultime due settimane sono riuscite a scampare alla censura di Israele. Limitandosi a foto e video, effettivamente, parrebbe quasi che la nuova guerra nel Golfo viaggi interamente a senso unico: nonostante divieti e chiusura di internet, da Teheran sono giunti molteplici video che mostrano un ampio scenario di distruzione, come nel caso dell’attacco sul deposito petrolifero della notte tra il 7 e l’8 marzo. Da Israele, invece, le testimonianze sono risicate, sottoposte alla rigida censura di Tel Aviv, che si sta rivelando ben più stringente di quanto non lo sia quella iraniana.
Praticamente tutte le parti chiamate in causa direttamente o indirettamente in questo conflitto stanno imponendo ai propri cittadini un rigido regime di censura impedendo che video, foto e contenuti multimediali diventino di dominio pubblico. In Italia, come prevedibile, la discussione si concentra sulle misure adottate dall’Iran per evitare la circolazione di video. La rete internet risulta [2] praticamente assente da 14 giorni e le autorità avrebbero imposto divieti di fare foto e video nei pressi dei luoghi degli attacchi e restrizioni di spostamento ai giornalisti. La censura più dura, tuttavia, non pare stare venendo imposta in Iran, ma negli altri Paesi. In Bahrein [3] sono state vietate le proteste contro USA e Israele, tanto che sono state arrestate almeno 60 persone. Negli Emirati [4], sono state arrestate 20 persone che hanno fatto foto e video ai siti degli attacchi, e altre ancora per avere mostrato solidarietà alla Palestina; come negli UAE, anche in Arabia Saudita. Analoghi arresti sono avvenuti in Qatar [5] e in Kuwait [6], dove sono state detenute rispettivamente 300 e 2 persone.
Israele stesso sta imponendo una dura censura sulla produzione e diffusione di contenuti multimediali. L’inviato dell’emittente spagnola RTVE [7] ha spiegato che sin dal 28 febbraio, tutti gli operatori mediatici internazionali presenti in Israele hanno ricevuto un avviso dal dipartimento di censura militare di Tel Aviv, in cui venivano date loro le indicazioni sulle modalità con cui era concesso seguire la guerra: i giornalisti non possono fotografare o fare video ai luoghi che hanno subito attacchi, ma neanche registrare i cieli durante un bombardamento o una intercettazione e non possono fornire alcuna specifica che possa aiutare a individuare i luoghi in cui si è abbattuto un attacco. Se per esempio, ha spiegato l’inviato spagnolo, un missile dovesse cadere vicino a un’area civile situata nei pressi di un centro del Mossad, i giornalisti dovrebbero limitarsi a comunicare che ha colpito un edificio civile, senza aggiungere ulteriori dettagli. La censura israeliana ha portato, come nei Paesi arabi, all’arresto [8] di due giornalisti turchi. Essa tuttavia, non si limita a silenziare i giornalisti, ma tocca anche cittadini, residenti e turisti che in questo momento si trovano in Israele. Sin dai primi giorni di guerra, Israele ha comunicato a tutti i civili di non fare e diffondere foto e video dei luoghi dell’attacco, ricordando [9] più volte tale divieto. Nei giorni, ha arrestato [10] almeno due persone – cittadini arabo-israeliani – per avere fotografato il luogo di un attacco e diffuso tali immagini.
Potrà apparire come una stortura per un cittadino europeo, ma alla luce del numero di arresti, dei regolamenti interni e – soprattutto – del quantitativo di immagini che sono riuscite a filtrare da Teheran comparato a quelle arrivate da Israele, la censura imposta dal regime iraniano pare più mitigata rispetto a quella dello Stato ebraico, e Teheran più “trasparente” nel rappresentare questa guerra. Resta da capire per quale motivo le parti coinvolte nel conflitto stiano imponendo una censura così stretta ai propri cittadini e residenti. Davanti ai resoconti di IDF e giornalisti, lo scopo di tali misure parrebbe duplice: da una parte sarebbe una questione strategica; evitare la diffusione di dettagli servirebbe a non fornire informazioni sull’esito degli attacchi ai propri avversari. «Il nemico segue queste documentazioni per migliorare le sue capacità di attacco», si legge a tal proposito in un comunicato delle IDF. Il secondo motivo sarebbe comunicativo: lo stesso inviato spagnolo ha precisato che «l’informazione è un’arma di guerra», ma soprattutto che «nascondere le vulnerabilità è parte della strategia». Censurare gli attacchi, insomma, avrebbe lo scopo di restituire una immagine di forza e solidità. Per i Paesi del Golfo questo significherebbe mantenere quella rappresentazione di località sicure e pacifiche che stanno costruendo negli ultimi anni con l’apertura verso Occidente. Per Israele, invece, riaffermare l’immagine di invincibilità militare che si è costruita nei decenni sin dalla sua fondazione.