Ci sono momenti in cui basta una sola frase per mettere in ginocchio l’ipocrisia di un’intera epoca. Eric Cantona, 59 anni, francese, ex genio del pallone e da tempo intellettuale scomodo, l’ha trovata. Ospite del programma televisivo francese Clique, sul canale Canal+, per presentare il suo nuovo album Perfect Imperfection, il Re dello United ha abbandonato il copione e ha parlato di guerra, quella scatenata in Iran [1] dagli attacchi di Stati Uniti e Israele e che rimbalza ogni giorno sui nostri schermi con tutto il peso di esseri umani ammazzati che non riusciamo nemmeno più a contare.
La sua proposta è di un’elementarità quasi feroce, una legge internazionale che stabilisca un principio chiaro: se un presidente decide di fare la guerra, deve essere il primo ad andare al fronte. Prima lui. Prima i potenti. Prima chi firma gli ordini dagli uffici climatizzati. E soltanto dopo, eventualmente, i figli degli altri.
Il ragionamento è impietoso nel suo buon senso. «Stanno in uffici lunghi venticinque metri», ha detto Cantona rivolgendosi al presentatore Mouloud Achour, «e poi mandano a morire ragazzi di diciotto anni». Non c’è ideologia in queste parole, non c’è una bandiera da sventolare. C’è qualcosa di più elementare e perciò più devastante: la constatazione che chi decide le guerre non le subisce mai. Che l’ordine di attaccare viene firmato da mani che non scaveranno mai una trincea. Che dall’altra parte – e qui Cantona abbassa la voce – spesso non ci sono nemmeno soldati, ma bambini, civili, innocenti senza nome e senza colpa.
La conclusione logica della sua proposta è altrettanto diretta: se i presidenti sapessero di dover combattere in prima persona i conflitti che scatenano, di guerre se ne farebbero pochissime. «Perché di coraggiosi», taglia corto l’ex numero 7 dei Red Devils, «non ce ne sono molti». È un j’accuse senza appello, tanto più tagliente perché privo di retorica.
Il riferimento a Trump e Netanyahu è implicito ma trasparente. I due presidenti non vengono mai nominati, ma è come se fossero lì, ingombranti, al centro di ogni parola. Cantona descrive esattamente il profilo di chi decide la sorte del mondo dalla distanza siderale di un palazzo, delegando a giovani senza esperienza il compito di eseguire volontà che non hanno scelto. E poi, in un passaggio che colpisce per la sua lucidità, evoca il presidente colombiano Gustavo Petro: ex guerrigliero, oggi capo di Stato, un uomo che conosce il suono delle armi non dai dispacci militari ma dalla propria pelle. Un leader che dice di voler la pace, ma che ha dichiarato di essere pronto a riprendere le armi qualora il suo paese fosse minacciato. Un profilo che — suggerisce Cantona — merita almeno rispetto, perché chi ha già rischiato la vita in prima persona sa esattamente cosa sta chiedendo agli altri.
Poi arriva la dichiarazione [2] più personale, quella che chiude ogni discussione. «Nessuno dei miei figli andrà in guerra. Zero. Per fare cosa? Per chi? Per quale motivo?». E sul Milite Ignoto — simbolo dei caduti in tutti i paesi del mondo — Cantona riserva una lettura spietata: quella tomba senza nome, dice, serve solo a spingere altri ad andare a morire, aprendo una crepa nella narrazione eroica con cui ogni generazione dovrebbe considerare il sacrificio bellico come inevitabile, quasi dovuto.
Non è la prima volta che Cantona accende polemiche che vanno ben oltre il rettangolo di gioco. In passato aveva chiesto l’esclusione di Israele da tutte le competizioni sportive internazionali, definendo il calcio non semplicemente uno sport ma uno strumento culturale e politico — un soft power [3] — che può e deve essere sospeso quando uno Stato viola le regole fondamentali della convivenza umana. Posizioni scomode, divisive, che si possono condividere o contestare, ma che hanno il pregio di essere dette ad alta voce da qualcuno che potrebbe tranquillamente tacere.
Perché Cantona non ha più nulla da dimostrare. Ha vinto tutto nel calcio, ha costruito una seconda vita come attore e musicista, può permettersi il lusso del silenzio. Invece parla. E la sua “legge” — mandiamo i leader in trincea prima dei loro sudditi — è una di quelle idee che, una volta pronunciate, è difficile smettere di sentire risuonare. Perché sono vere. Perché sono semplici. Perché fotografano con precisione chirurgica la distanza abissale che separa chi ordina da chi obbedisce, tra chi sopravvive da chi muore. Di uomini disposti a dirlo così, senza filtri e senza paura, ce ne sono sempre meno. Forse è per questo che quando parla Eric Cantona, vale ancora la pena ascoltarlo.