L’escalation militare che ha infiammato il Golfo Persico nelle ultime settimane non rappresenta soltanto l’ennesimo capitolo di un conflitto pluridecennale [1], ma segna un punto di non ritorno strategico che riscrive le regole della sicurezza regionale e globale. Mentre i bollettini ufficiali si concentrano sul conteggio dei danni subiti dall’Iran, la contro-offensiva iraniana denominata “True Promise 4” ha di fatto smantellato il mito dell’invulnerabilità tecnologica occidentale. Il vero successo militare strategico di Teheran è stato quello di aver colpito i “nervi ottici” del sistema difensivo statunitense nella regione. Un colpo molto costoso per gli Stati Uniti, sia in termini economici che militari. Per i primi si parla di circa 2,5 miliardi per tre obiettivi colpiti; per i secondi, della distruzione di parte del sistema integrato di difesa missilistica degli Stati Uniti, il fiore all’occhiello della tecnologia militare USA.
Come riportato [2] anche dai [3] media statunitensi [4], colpendo sistematicamente i sensori strategici, in particolare il sistema THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) negli Emirati Arabi Uniti, il radar AN/TPY-2 in Giordania, e il radar AN/FPS-132 in Qatar, l’Iran ha ottenuto ciò che molti analisti ritenevano impossibile: ha “accecato” parte della rete di allerta missilistica precoce degli Stati Uniti. THAAD è un sistema di difesa contro i missili balistici che può colpire obiettivi distanti 200 chilometri, il cui rilevamento avviene però in un raggio di circa 2.500 chilometri. Il suo costo è di 1 miliardo di dollari mentre il costo di ogni singolo missile sparato è di 12,6 milioni di dollari. AN/TPY-2 è il radar trasportabile che fa parte del sistema THAAD, ed è quello che rileva e traccia i bersagli da colpire. Il costo del solo radar è di circa mezzo miliardo di dollari. L’ AN/FPS-132 è un altro potente radar che fa parte del sistema integrato di allerta missilistica precoce. Il suo costo è di 1,1 miliardi di dollari e la sua “capacità visiva” ha un raggio di azione di circa 5.000 chilometri.

Questi scudi multimiliardari, venduti come impenetrabili, sono stati resi inerti non da una forza superiore, ma da una strategia di saturazione asimmetrica che ha sfruttato le falle intrinseche della difesa integrata. Senza questi sensori, le batterie di intercettori Patriot e gli stessi THAAD diventano giganti d’argilla, incapaci di tracciare le minacce in tempo utile. È il fallimento della superiorità tecnologica convenzionale davanti alla massa critica di droni e missili a basso costo. Strutture che, oltre ad essere molto costose, sono realizzate con anni di lavoro e dunque non facilmente rimpiazzabili con sistemi nuovi. Proprio per questo [5], anche se le autorità statunitensi minimizzano la faccenda, gli USA stanno spostando il sistema THAAD presente in Corea del Sud per una destinazione del Medio Oriente.
Per decenni, le monarchie del Golfo – Bahrain, Kuwait, Oman, Arabia Saudita, Qatar ed Emirati – hanno costruito la propria prosperità su un tacito accordo: la concessione di basi militari agli Stati Uniti (e l’istituzione del petrodollaro) in cambio di una sicurezza assoluta. Oggi, questo paradigma è andato in frantumi. L’attacco coordinato a strutture sia militari che civili in tutti i Paesi che compongono il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) ha posto i regnanti locali di fronte a un dilemma esistenziale. La presenza militare statunitense, un tempo sentita e utilizzata come una polizza assicurativa, oggi inizia ad essere percepita come un magnete per la guerra. Le scorte di missili intercettori si stanno esaurendo a un ritmo insostenibile: ogni missile iraniano da poche migliaia di dollari richiede intercettori che costano milioni. È una guerra d’attrito finanziario che le petromonarchie, nonostante le loro immense riserve, non possono vincere nel lungo periodo.
Per le monarchie del Golfo, il danno materiale dei missili iraniani è niente in confronto al danno economico e d’immagine che stanno causando le esplosioni. Queste Nazioni hanno attirato decine e decine di migliaia di espatriati e miliardi di dollari di capitali esteri vendendo l’immagine [6] di oasi di pace e ricchezza nel mezzo a un deserto turbolento. Quell’immagine sta bruciando insieme alle infrastrutture colpite. Le grandi compagnie di bandiera, pilastri della diversificazione economica petrolifera, vedono i propri cieli chiusi o considerati zone di guerra. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha paralizzato il commercio di gas e petrolio. E non solo. La compagnia marittima Maersk, qualche giorno fa ha annunciato [7] la sospensione delle attività nel Golfo Persico e in Medio Oriente, prefigurando una cogestione totale della logistica regionale. Se il conflitto dovesse protrarsi, la fuga dei capitali e dei cittadini occidentali è un rischio concreto che potrebbe trasformare queste “città del futuro” in cattedrali nel deserto entro pochi mesi.
La crisi attuale dimostra che la deterrenza statunitense nel Golfo è compromessa. L’incapacità di proteggere i sensori critici in Qatar e negli Emirati ha inviato un segnale inequivocabile a Pechino e Mosca: il sistema di sicurezza centrato sugli USA è saturabile e vulnerabile. L’Iran ha dimostrato che per poter affrontare un titano tecnologico basta privarlo della vista. E i Paesi del Golfo stanno imparando a proprie spese che il prezzo per aver permesso agli Stati Uniti di operare contro Teheran dal proprio suolo potrebbe essere la fine del proprio “miracolo” economico.