Il 9 marzo 2026 è una data destinata a rimanere nella memoria collettiva della Croazia. Infatti, dopo diciotto anni dalla sospensione del servizio di leva, circa ottocento giovani hanno fatto ingresso nelle caserme di Knin, Slunj e Pozega per cominciare l’addestramento militare di base. La scelta di ripristinare la leva obbligatoria, che era stata approvata lo scorso ottobre in sede parlamentare su input dell’esecutivo guidato dal premier Andrej Plenković, segna una tangibile inversione di tendenza per uno Stato che aveva abolito la coscrizione nel 2008, un anno prima di entrare nella Nato. Torna così sotto le armi l’unico Paese oggi parte dell’UE ad aver combattuto una guerra lunga e su larga scala nel conflitto seguito alla dissoluzione della Jugoslavia, in un’area dove le relazioni con i vicini balcanici restano tutt’altro che idilliache.
La nuova legge prevede [1], nello specifico, un percorso di due mesi per tutti i giovani che compiono 19 anni, con possibilità di chiamata fino ai 30 anni. Durante il periodo di formazione, le reclute riceveranno un’indennità mensile di 1.100 euro e il servizio sarà conteggiato come anzianità lavorativa. Al termine, i giovani resteranno nella riserva fino ai 55 anni. Per gli individui di sesso femminile c’è l’esenzione dall’obbligo, ma la possibilità di adesione per via volontaria. Ad oggi, su 800 partecipanti complessivi, figurano 82 volontarie. Obiettivo dell’esecutivo croato è di addestrare circa 4mila reclute ogni anno, da suddividere in diversi scaglioni, per un costo complessivo annuo che arriverebbe quasi a 24 milioni di euro. I programmi prevedono [2] l’utilizzo di armi personali, droni, tecniche di primo soccorso e autodifesa.
Occorre aggiungere che la Costituzione croata tutela l’obiezione di coscienza. Chi sceglie questa strada può optare per tre mesi di formazione nella Protezione civile nazionale oppure per quattro mesi di attività presso enti locali o regionali, in entrambi i casi senza alcun compenso. Secondo i dati del ministero della Difesa, finora solo una decina di giovani ha presentato obiezione. Il ministro Ivan Anušić ha motivato la reintroduzione del servizio obbligatorio con la necessità di far fronte a «minacce alla sicurezza, alle azioni di carattere ibrido, agli attacchi informatici e alle sempre più frequenti calamità naturali». Il provvedimento assume un significato particolare in Croazia, reduce dalla guerra d’indipendenza degli anni Novanta e inserita in un contesto balcanico ancora segnato da tensioni latenti.
La decisione di Zagabria di ripristinare la leva obbligatoria non rappresenta un caso isolato, ma si inserisce in un trend più ampio che sta investendo [3] l’intero continente europeo. Negli ultimi anni, infatti, numerosi Paesi hanno avviato una radicale revisione delle proprie politiche di difesa, aumentando le spese militari e introducendo misure di preparazione civile senza precedenti dalla fine della Guerra fredda. La Finlandia, entrata nella Nato nel 2023, ha annunciato l’intenzione di abbandonare la Convenzione di Ottawa che vieta le mine antiuomo e di portare la spesa per la difesa oltre il 3% del PIL entro il 2029, dopo aver già distribuito ai cittadini una guida su come prepararsi a crisi e attacchi militari. La Svezia ha aumentato la spesa al 2,8% del PIL, mentre la Norvegia, che condivide 196 chilometri di confine con la Russia, sta riattivando i bunker della Guerra fredda e investe 51 miliardi di euro per modernizzare le forze armate. Ancora più radicali le misure adottate da Estonia, Lettonia e Lituania. Tallinn ha approvato la costruzione di un fossato anti-carro lungo 40 chilometri con oltre 600 bunker lungo il confine orientale, mentre Riga ha reintrodotto la coscrizione obbligatoria per i maschi tra 18 e 27 anni. La Lituania, oltre a ritirarsi dalla Convenzione di Ottawa, ha reso obbligatorio un rifugio antiaereo per ogni edificio residenziale di oltre cinque piani.
La Polonia spende già il 4,7% del PIL per la difesa e punta a diventare la terza potenza militare della Nato con 300mila effettivi. Anche le grandi potenze europee accelerano: la Germania ha varato un piano da 377 miliardi per modernizzare la Bundeswehr, puntando a diventare la “spina dorsale” della sicurezza europea. Il Regno Unito ha aumentato la spesa al 2,5% del PIL con l’obiettivo del 3%, mentre la Francia punta a 64 miliardi annui entro il 2027. L’Italia, infine, ha approvato un decreto per ampliare il personale militare a 160mila unità entro il 2033, con una spesa che nel 2026 sfiorerà i 34 miliardi di euro. Un quadro complessivo che delinea una vera e propria mobilitazione continentale, dove la retorica della «preparazione» normalizza l’idea del conflitto come scenario potenziale.