In tutta Europa si fanno sempre meno figli. È quanto emerge dagli emblematici dati diramati da Eurostat, che attestano come, nel 2024, il tasso di fertilità nell’UE abbia toccato il suo valore più basso, fermandosi a 1,34 figli per donna. Nel 2023, la media era di 1,38. Tra i Paesi membri, Malta ha registrato il tasso più basso (1,01), mentre l’Italia è a 1,18. In controtendenza, la Bulgaria guida con 1,72. Emerge inoltre un ritardo nella maternità rispetto al passato: le over 30 risultano essere le più feconde, con l’età media al primo figlio che sale a 29,9 anni. Infine, cresce il contributo delle madri straniere, che rappresentano il 24% dei parti.
Nello specifico, i dati raccontano [1] che le nuove nascite sono state 3,55 milioni, con un calo del 3,3% rispetto al 2023. Il dato si allontana sempre più dalla soglia di sostituzione (2,1 figli), avvicinandosi alla soglia critica dell’1,3, con conseguenti rischi di invecchiamento della popolazione e pressione su welfare e pensioni. L’unico Stato europeo che ha fatto registrare una crescita del proprio tasso di fertilità è stata la Slovenia (passata da 1,51 del 2023 a 1,52 dell’anno successivo). Per tutti gli altri, c’è una discesa, spesso anche molto pronunciata. Dopo Malta, i dati peggiori li fanno segnare la Spagna (1,10), la Lituania (1,11) e la Polonia (1,14), dopo la quale c’è il nostro Paese (il calo rispetto al 2023 è di 0,03). Più in alto ci sono la Germania (1,36) e la Francia (1,61). Eloquente è anche il dato relativo al tasso di fecondità, che, secondo l’analisi di Eurostat, è in progressiva crescita dal 2004, attestandosi nel 2024 a 29,9 anni. A sfondare sonoramente quota 30 è il nostro Paese, che guida la classifica delle neo-mamme più “vecchie”, con un’età media di 31,9 anni. All’estremo opposto c’è ancora la Bulgaria, dove l’età media scende a 26,9 anni.
Il rapporto evidenzia come anche il tasso di natalità lordo – ovvero il numero di bambini nati vivi ogni mille abitanti, sia in forte calo. La parabola discendente parte dal 1970, quando era pari a 16,4; 15 anni dopo scendeva a 12,8, nel 2000 a 10,5 e, nel 2024, a 7,9 (nemmeno la metà, dunque, della cifra fatta segnare cinque decenni fa). Viene inoltre fatta luce su un altro fenomeno rilevante, ovvero il contributo ai numeri esposti dell’immigrazione intra ed extra Unione Europea. Come attestato dalla ricerca, infatti, nel 2024 il 24% dei neonati era di “madre straniera”, nata dunque in un Paese diverso da quello del bambino. Tale quota vede un continuo incremento dal 2013, con il Lussemburgo a guidare la classifica (qui la percentuale di neonati con madre straniera è addirittura del 68%). A presentare i tassi più bassi sono invece gli Stati dell’Est, Bulgaria, Romania e Slovacchia, dove il 97% dei neonati hanno una mamma nata nel loro stesso Paese.
Un report Istat uscito nel dicembre del 2024, intitolato “I giovani nelle città metropolitane: la fragilità dei percorsi educativi nei contesti urbani”, aveva segnalato [2] come le grandi città del nostro Paese si stiano pian piano svuotando di giovani. Secondo le statistiche dettagliate nella ricerca, infatti, nell’ultimo trentennio un milione e mezzo di ragazze e ragazzi hanno abbandonato i grandi centri urbani della Penisola. Al 1° gennaio 2024, i giovani di età compresa tra gli 0 e i 24 anni che risiedono nelle città metropolitane sono 4,8 milioni, ovvero il 36,8% del totale italiano. Essi costituiscono il 22,6% della popolazione complessiva e sono diminuiti di oltre 1,5 milioni rispetto al 1993. Un declino attribuibile a una combinazione di fattori, tra i quali spiccano la riduzione delle nascite e della fertilità e il crescente invecchiamento della popolazione. L’immigrazione, che in passato ha contribuito a mitigare la perdita di giovani, appare non più sufficiente a bilanciare il calo demografico.