Per anni i giganti di Wall Street hanno venduto il “private credit” (ovvero i finanziamenti al di fuori del sistema bancario tradizionale) come l’isola che non c’è della finanza moderna: rendimenti alti, rischi contenuti e una gestione lontana dai riflettori della borsa. Ma qualcosa sta cambiando. BlackRock e altri fondi hanno infatti deciso di sbarrare le porte ai propri investitori: non si tratta di un evento isolato, ma è piuttosto sintomo di un sistema ormai divenuto insostenibile, proprio mentre il mondo affronta una delle crisi geopolitiche più feroci degli ultimi decenni. Il primo scricchiolio è arrivato dal fondo HLEND di BlackRock. Con una mossa che ha gelato i mercati, il colosso guidato da Larry Fink ha attivato i “gate“, limitando [1] i riscatti trimestrali al 5% a fronte di richieste che hanno superato il 9% del valore totale. Questo però è anche un meccanismo di sicurezza, previsto nel regolamento del fondo, affinché non si generi un effetto “domino” che porterebbe al collasso del fondo. Dunque, anziché erogare 1,2 miliardi di dollari richiesti, saranno distribuiti 620 milioni di dollari.
Ma il problema non è solo “quanti” soldi escono, ma “cosa” resta dentro. Già sul finire di gennaio, il fondo TCP Capital Corp di BlackRock ha ammesso svalutazioni del 19% sul valore degli asset azzerando così il valore di prestiti concessi ad aggregatori di e-commerce e aziende del settore arredamento che, strozzate dai tassi e dal calo dei consumi, sono semplicemente evaporate. Per questo è stata indetta [2] una class action contro TCP Capital Corp a cui possono aderire tutti coloro che hanno acquistato titoli BlackRock TCP tra il 6 novembre 2024 e il 23 gennaio 2026.
Tuttavia, BlackRock non è solo. Blackstone, con il suo fondo BCRED, sta vivendo [3] una pressione analoga: richieste di riscatto record del 7,9% del valore totale, hanno costretto il management a un uso senza precedenti di capitale proprio per evitare il blocco totale. Blackstone aveva già avuto un problema di questo tipo. Tra il 2022 [4] e il 2024, il suo fondo immobiliare, BREIT, non riuscì ad adempiere a tutte le richieste di rimborso per 15 mesi consecutivi [5], poiché superavano sistematicamente le soglie di sicurezza.
Peggio è andata [6] a Blue Owl Capital, che ha sospeso permanentemente la liquidità per alcuni rami del suo business, vedendo il proprio titolo crollare del 10% in una sola seduta e riaccendendo i timori di un effetto contagio simile a quello che portò al fallimento di Bear Stearns nel 2008.
Il filo conduttore tra oggi e il 2008 è il seguente: la mancata corrispondenza di liquidità. I fondi promettono agli investitori un accesso regolare ai loro soldi mentre detengono attività che non possono essere facilmente vendute. Questo è esattamente ciò che è avvenuto nel 2008 ed è quello che sta accadendo oggi con il private credit. Fino a che a chiedere i soldi è un numero gestibile di clienti va tutto bene, ma se diventano troppi non è possibile accontentare tutti. Questo crea il panico e l’effetto contagio all’interno del settore private credit, con la concreta possibilità che possa travasare e contagiare anche altri settori della finanza e dell’economia.
Con l’espressione private credit si indica infatti un tipo di finanziamento che avviene fuori dal sistema bancario tradizionale. In pratica grandi fondi di investimento raccolgono denaro da investitori – fondi pensione, assicurazioni o privati molto ricchi – e lo prestano direttamente alle aziende. Queste imprese spesso ricorrono al private credit perché non riescono a ottenere prestiti dalle banche oppure perché cercano finanziamenti più rapidi e meno vincolati. Il problema è che questi prestiti non vengono scambiati sui mercati pubblici, come accade per le azioni o molte obbligazioni, e quindi non possono essere venduti facilmente. In tempi normali questo sistema funziona e promette rendimenti più alti rispetto agli investimenti tradizionali. Ma quando molti investitori chiedono indietro i propri soldi nello stesso momento, i fondi vanno in difficoltà: i prestiti concessi alle aziende non possono essere recuperati o rivenduti rapidamente, e il denaro per rimborsare gli investitori semplicemente non c’è.
Molti analisti sostengono che siamo lontani dal poter vedere un collasso come quello del 2008, sia per quantità di capitale coinvolto rispetto al totale dei settori finanziari, sia per la capacità del sistema di poter assorbire e attutire i colpi. Quel che è certo però che la situazione geopolitica mondiale attuale non può che aumentare il senso di insicurezza e paura nelle persone che investono il proprio denaro. Così come porterà maggiore povertà per i cittadini comuni dei Paesi occidentali.
La guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, con la chiusura dello Stretto di Hormuz come rappresaglia iraniana, hanno fatto impennare i prezzi dell’energia sul mercato mondiale, portando inevitabilmente ad un successivo aumento dei prezzi di ogni genere. Le stesse persone e aziende che hanno investito i propri soldi ne avranno sempre più bisogno. Per effetto della crisi attuale, a cui sommiamo emergenza pandemica, guerra in Ucraina e sanzioni alla Russia, in un filo drammatico di crisi senza fine, molte aziende, di quelle che non lo hanno ancora fatto, falliranno, non potendo così onorare più i propri debiti. E questo crea un effetto a spirale che risucchia tutto quanto. Insomma, non è il 2008 ma non promette niente di buono.