Saluterò di nuovo il sole
e il torrente che mi scorreva in petto,
saluterò le nuvole dei miei lunghi pensieri
e la crescita dolorosa dei pioppi in giardino
che con me hanno percorso le aride stagioni.
Saluterò gli stormi di corvi
che a sera mi portavano in dono
l’odore dei campi notturni.
Saluterò mia madre, che viveva nello specchio,
immagine della mia vecchiaia.
E saluterò la terra, il suo desiderio ardente
di ripetermi e riempire di semi verdi
il suo ventre infiammato,
sì, la saluterò
la saluterò di nuovo.
Arrivo, arrivo, arrivo,
con i miei capelli come odori
che sgorgano dal sottosuolo
e gli occhi miei, l’esperienza densa del buio.
Con gli arbusti che ho strappato ai boschi oltre il muro.
Arrivo, arrivo, arrivo,
e la soglia trabocca d’amore
ed io ad attendere quelli che amano
e la ragazza che è ancora lì,
nella soglia traboccante d’amore, io
la saluterò di nuovo.
Forugh, la giovane poetessa di Teheran, influente ma scandalosa nella sua patria perché paladina di una specifica, indipendente visione femminile, adorata prima e dopo la morte come un profeta, come chi sa abbracciare l’universale e insieme a questo l’intimità, la tenerezza e l’intransigenza, la visione e l’incantesimo.
“Salutare”, “arrivare” sono dichiarazioni prima di tutto di un esserci, questione non da poco per una donna iraniana che fa poesia prima ancora che si affermi la rivoluzione islamica guidata dall’āyatollah Khomeini.
La sua voce poetica ha assunto una vasta fama nel suo Paese che è tanto, per tradizione, sensibile alle parole dei cantori, una voce che sa essere lirica e insieme sociale, politica, come se la poesia fosse declamata durante un comizio o una preghiera collettiva. La poesia che in Persia-Iran ha il respiro dei cori della tragedia greca, che funziona come un oracolo seducente e combattente, araldo di verità sottaciute che il potere vorrebbe amministrare come sua proprietà, schiacciandole nella obbedienza cieca a norme arcaiche.
No, no, la poetessa è seducente, non perché è donna, e le spetterebbe tale prerogativa, lei è seducente perché l’amore non è un sentimento ma una energia necessaria a ottenere una visione convincente delle cose. Fuori dall’amore, fuori dagli urti della tragedia, c’è soltanto sopravvivenza, indifferenza, apatia.
Averro è, il filosofo arabo commentatore di Aristotele, scrive intorno al 1180 d.C. sull’alternanza di finito e infinito, sui confini dell’anima e del corpo, sulla consistenza e inconsistenza della realtà. “L’esperienza densa del buio”, “il ventre infiammato” della terra, in questa poesia sembrano attinenti al clima oscuro da lei vissuto, ai contorni insicuri del quotidiano, a una vita libera – per quanto era possibile –- carica di insidie dal punto di vista di una donna. «Tutti temono,/ tutti hanno paura, ma io e te/ siamo legati alla fiamma all’acqua allo specchio/ e non temiamo nulla… parlo delle nostre mani innamorate/ che sopra le notti han costruito un ponte» (scrive in La Conquista del Giardino).
La sua indole ‟personale, spregiudicata e ribelle’’, gli atteggiamenti anticonformisti sono ben noti alla poesia iraniana e alle sue scrittrici (si veda l’accurato studio di Nahid Norozi, La mia spada è la poesia, WriteUp, Roma 2023). «Il paradosso è che se da un lato le spinte moderniste… invitavano a sviluppare, per la prima volta nella storia della letteratura persiana,…un sentimento lirico personale, il canone socio-letterario prescriveva che il corpo della donna fosse rappresentato come unico oggetto erotizzabile», ha scritto D. Ingenito, curatore della summa della sua opera (Giunti-Bompiani).
«Quando la mia fede era impiccata/ alle fragili corde della giustizia/ e in tutta la città/ facevano a pezzi il cuore dei miei occhi» (canta Forugh in Una finestra).
Un’altra grande voce iraniana, Simin Behbahâni declamava così con passione il pianto per una giovane donna, martire della libertà: «Non era piombo che la mano della Tirannia/ aveva scaricato sulla sua veste // ma una stella che dal tetto del cosmo/ era stillata nel calice del suo corpo…» (Dodici fontane di sangue, giugno 1985).
Risuona ancora, sempre l’urlo della poesia…