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In Libano 700.000 civili sono in fuga dai bombardamenti israeliani

Il conflitto che contrapporne l’Iran all’asse israelo-statunitense in Medio Oriente si è allargato ormai da lunedì scorso al Libano, dove è in corso una vera e propria emergenza umanitaria. Giovedì, infatti, l’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione forzata della periferia sud di Beirut, intimando a centinaia di migliaia di residenti di «salvare le proprie vite ed evacuare immediatamente le proprie case». Secondo il capo delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, «ciò solleva serie preoccupazioni ai sensi del diritto internazionale umanitario». L’emittente araba Al-Jazeera riferisce [1] che mentre le precedenti minacce di evacuazione forzata si concentravano sul Libano meridionale, a sud del fiume Litani, questo rappresenta il primo ordine di evacuazione completa per le aree vicine alla capitale da quando sono riprese le ostilità. Il che significa che circa 700.000 persone – secondo i media locali – sono in fuga da Dahiyeh, la zona sud di Beirut, dopo l’ordine impartito da Israele. In un video pubblicato sui social media, il ministro delle finanze israeliano Bezalel Smotrich ha affermato che la periferia meridionale di Beirut «somiglierà presto a Khan Younis», la città nella Striscia di Gaza meridionale, rasa quasi completamente al suolo dopo oltre due anni di offensiva israeliana contro l’enclave palestinese. Il Ministero della Salute Pubblica del Libano ha riferito giovedì che il bilancio delle vittime si attesta al momento a quota 123, con 683 feriti da lunedì.

La guerra sul fronte libanese si è riaccesa quando Hezbollah (il Partito di Dio) – l’organizzazione paramilitare sciita facente parte del cosiddetto “asse della resistenza” sostenuto dall’Iran – ha deciso di schierarsi apertamente con Teheran e di vendicare l’uccisione della Guida suprema iraniana Ali Khamenei. Il 2 marzo il gruppo ha dunque lanciato una raffica di razzi e droni verso il nord di Israele, affermando di agire per vendicare l’assassinio di Khamenei e gli attacchi quasi quotidiani di Israele contro il Libano. Israele ha risposto colpendo i sobborghi meridionali di Beirut con attacchi violenti e emettendo avvisi di evacuazione per più di 50 città, costringendo decine di migliaia di persone a lasciare le proprie case. Allo stesso tempo, il primo ministro del governo libanese, Nawaf Salam, ha annunciato [2] il divieto delle attività militari e di sicurezza di Hezbollah: «Annunciamo il divieto delle attività militari di Hezbollah e ne limitiamo il ruolo alla sfera politica», ha dichiarato Salam in una conferenza stampa tenutasi lunedì. Secondo gli analisti locali, però, l’esercito non sarebbe entusiasta di entrare in conflitto col Partito di Dio, il che non fa altro che spaccare ulteriormente la società libanese.

Dopo l’attacco di Hezbollah, non si è fatta attendere la feroce risposta di Israele, che ha innescato la ripresa aperta delle ostilità da quando era stato sottoscritto il cessate il fuoco nel novembre del 2024: oggi i media libanesi hanno reso noto che Israele ha lanciato attacchi aerei [3] su diverse città nel Libano meridionale. «Gli aerei da guerra nemici hanno lanciato attacchi notturni sulle città di Srifa, Aita al-Shaab, Touline, as-Sawana e Majdal Selem», ha riferito l’agenzia di stampa ufficiale National News Agency (NNA). Secondo fonti sul campo, le forze israeliane hanno continuato ad attaccare anche il Libano meridionale con incursioni nella città più grande della zona, Sidone. L’NNA ha segnalato anche la presenza di aerei da guerra israeliani sulle città meridionali di Tiro e Bint Jbeil. Da parte sua, l’esercito israeliano ha dichiarato di aver condotto 26 serie di attacchi a Dahiyeh, la zona sud di Beirut considerata la roccaforte di Hezbollah. Afferma di aver colpito diverse infrastrutture utilizzate dall’organizzazione sciita, tra cui il quartier generale del Consiglio Esecutivo del gruppo e un magazzino con droni. Hezbollah, invece, ha rivendicato la responsabilità di un’ondata di attacchi sferrati venerdì mattina contro le forze di terra israeliane, comprese quelle entrate nel territorio libanese negli ultimi giorni. Dopo l’accordo del 2024 che ha sancito il cessate il fuoco, l’esercito israeliano avrebbe dovuto ritirarsi dai territori libanesi, ma ciò non è mai avvenuto e Tel Aviv ha mantenuto il controllo di cinque punti nel sud del paese rifiutando di abbandonarli.

A pagare le conseguenze più alte del conflitto sono i civili: secondo la NNA, infatti, si è verificato un esodo di massa dalla periferia sud di Beirut che ha lasciato la zona «quasi vuota». Secondo diverse testimonianze dei residenti, la crisi umanitaria sta crescendo rapidamente: si vedono persone in cerca di rifugio ai lati delle strade, quasi a ogni angolo, e centinaia di famiglie hanno cercato riparo su una spiaggia di Beirut. Secondo alcune testimonianze raccolte da Al-Jazeera, non ci sono abbastanza scuole per dare rifugio alle centinaia di migliaia di persone che ieri sono state costrette ad abbandonare le loro case e le persone dicono «Non siamo animali, siamo esseri umani, i nostri figli hanno freddo». Intanto, oggi il capo delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, ha condannato gli ordini di evacuazione su larga scala emessi dall’esercito israeliano per il Libano meridionale e la periferia meridionale di Beirut. «Questi ordini di sfollamento generalizzati e massicci riguardano centinaia e migliaia di persone», ha detto Turk, aggiungendo che «Ciò solleva serie preoccupazioni ai sensi del diritto internazionale umanitario, in particolare per quanto riguarda le questioni relative ai trasferimenti forzati».

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Giorgia Audiello

Laureata in Economia e gestione dei beni culturali presso l'Università Cattolica di Milano. Si occupa principalmente di geopolitica ed economia con particolare attenzione alle dinamiche internazionali e alle relazioni di potere globali.