Mentre missili, droni e aerei volano nei cieli del Medio Oriente, il fronte interno di Donald Trump si spacca sempre di più: già l’attacco [1] dello scorso anno contro l’Iran aveva prodotto enormi sconquassi nel movimento MAGA, poi l’operazione [2] di attacco e sequestro ai danni del Venezuela di Maduro, adesso il nuovo attacco [3] contro l’Iran con l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei. Tra accuse di “neoconservatorismo” e violazioni costituzionali, l’ala isolazionista del movimento grida al tradimento delle promesse elettorali. Il mandato di Donald Trump era iniziato sotto l’auspicio del “no alle guerre infinite” e dell’America First. Tuttavia, l’attacco congiunto sferrato da Stati Uniti e Israele contro il territorio iraniano ha infranto nuovamente questa narrazione, innescando una reazione a catena di sdegno e delusione all’interno della sua stessa base elettorale. Per molti sostenitori della prima ora, il cambio di paradigma non è solo una scelta strategica, ma un tradimento identitario. E in questo contesto il movimento MAGA (Make America Great Again), seppur formalmente in piedi, si può considerare pressochè in pezzi.
Molti elettori ricordano le parole di Trump durante la campagna elettorale, quando accusava l’amministrazione precedente di trascinare il Paese verso la Terza Guerra Mondiale. Oggi, quegli stessi elettori vedono nei bombardamenti su Teheran una ulteriore negazione del programma di pace promesso. La reazione del mondo Make America Great Again è stata immediata e viscerale. Tucker Carlson, durante un episodio del suo podcast, The Tucker Carlson Show, ha definito [4] l’attacco israelo-statunitense come «assolutamente disgustoso e malvagio». Altre figure MAGA si sono unite alle critiche. Tim Pool, nel suo podcast Timcast IRL, insieme agli ospiti presenti nella sua puntata, hanno criticato [5] le azioni dell’amministrazione statunitense, sottolineando la sudditanza nei confronti di Israele.
Da sottolineare, qui, come riportato [6] da Axios, le dichiarazioni del Segretario di Stato, Marco Rubio, in cui sostanzialmente dice che gli Stati Uniti sono dovuti andare dietro Israele che aveva deciso di attaccare. Numerosi attivisti e commentatori di spicco hanno utilizzato i social media per denunciare il cambio di posizione del presidente Trump, eletto sulla base di presupposti diametralmente opposti a quanta sta invece facendo l’amministrazione. Il sentimento prevalente è che Trump sia stato “catturato” dalle stesse logiche del “Deep State” e dei falchi neoconservatori che aveva giurato di combattere. Tra le accuse c’è anche quella di essere sottomesso ai voleri di Israele e di voler allontanare gli Epstein Files [7]. Per tutto questo insieme di cose, gli ex alleati di Trump, oggi suoi detrattori, hanno ribattezzando l’alleanza USA-Israele come la «coalizione Epstein».
L’ex rappresentante repubblicana della Georgia, Marjorie Taylor Greene, sostenitrice MAGA di ferro, uscita dal partito dopo la lite sul precedente attacco all’Iran e per quella sul rilascio degli Epstein File, ha scritto [8] un lungo post su X in cui attacca Trump e interroga la base MAGA sulla deriva presidenziale. «Abbiamo detto basta guerre all’estero, basta cambi di regime! Lo abbiamo detto palco dopo palco, discorso dopo discorso», scrive Greene facendo riferimento alla campagna elettorale. Sull’Iran e il recente attacco dice: «Ci sono 93 milioni di persone in Iran, che si liberino da soli. Ma l’Iran è sul punto di dotarsi di armi nucleari. Sì, certo. Ci hanno imboccato questa strada per decenni e Trump ci ha detto che il suo bombardamento dell’estate scorsa ha completamente spazzato via tutto. È sempre una bugia e l’America è sempre l’ultima. Ma questa volta sembra il peggior tradimento, perché proviene proprio dall’uomo e dall’amministratore che tutti credevamo diversi e che non ha detto altro».
Thomas Massie, deputato repubblicano del Kentucky e voce storica dell’ala libertaria, e anche lui, come accaduto a Greene, finito in rotta di collisione con Trump, è stato tra i più duri. Come riportato [9] dal Kentucky Lantern, Massie ha dichiarato senza mezzi termini: «La Costituzione non è un suggerimento. Il Presidente non ha l’autorità per iniziare una guerra senza il voto del Congresso». Massie ha annunciato che spingerà per una risoluzione sui poteri di guerra, War Powers Resolution, per costringere l’amministrazione a ritirare le forze dalle ostilità. Questa posizione è condivisa da una parte crescente della destra parlamentare che, come riportato [10] da The Hill, chiede che il potere legislativo riprenda il controllo sulla politica estera. La richiesta è chiara: un voto immediato per fermare l’escalation.
L’attacco all’Iran segna un punto di non ritorno per la presidenza Trump. Mentre le bombe cadono, il dibattito interno al mondo MAGA continua a infuriare. La domanda che molti si pongono è se Trump sia diventato l’esecutore di quella stessa politica estera che per anni ha criticato dai palchi dei suoi comizi. E la risposta sembra, in tutto, affermativa.