«Abbiamo tutti esagerato con i toni». Così il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha riconosciuto che entrambe le parti coinvolte nella campagna referendaria sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri hanno oltrepassato il limite nel dibattito sul voto del 22-23 marzo. Un’ammissione che fotografa il clima: scontro permanente, linguaggio divisivo, insulti reciproci. Se la destra insiste nel denunciare una magistratura politicizzata, arrivando a evocare fatti di cronaca come gli scontri di Torino, la sinistra concentra la propria offensiva contro il governo, più che sui contenuti tecnici dei quesiti. Ne deriva un conflitto di legittimazioni tra poteri che oscura la sostanza della riforma e si riflette anche nei media, spesso schierati pro o contro l’esecutivo.
Il confronto [1] tra Nordio e Giuseppe Conte, andato in scena a Palermo, è stato emblematico di questo clima di polarizzazione. L’ex premier ha accusato l’esecutivo di voler “addomesticare la giustizia”, evocando il rischio di un controllo politico sulle toghe e parlando di un disegno volto a riequilibrare i rapporti tra poteri a vantaggio dell’esecutivo. Il ministro ha replicato definendo le critiche ideologiche e prive di fondamento giuridico, sostenendo che la separazione delle carriere rappresenterebbe un adeguamento ai princìpi del giusto processo. La diatriba che si è consumata non è stata un confronto tecnico su CSM, valutazioni di professionalità o assetto costituzionale, ma una mera contrapposizione frontale, tradotta in botta e risposta pubblico. Il referendum si è così trasformato in un banco di prova identitario: garantisti contro giustizialisti, riformatori contro difensori dello status quo.
A inasprire il clima già di per sé rovente sono intervenute le dichiarazioni del procuratore di Napoli Nicola Gratteri, che in un’intervista ha affermato che tra coloro che voteranno “Sì” vi sarebbero «indagati, imputati e la cosiddetta massoneria deviata». Gratteri [2] ha poi parlato di frasi estrapolate dal contesto, ma il danno mediatico era fatto. Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, ha provocatoriamente invitato: «Arrestateci tutti», mentre il vicepremier Matteo Salvini, su X ha minacciato di “denunciare” il procuratore. Nordio ha definito “inaccettabile” il livello dello scontro, chiedendo «test psico attitudinali» a fine carriera per i magistrati. Nei giorni successivi, il sostituto procuratore presso la Direzione nazionale antimafia, Nino Di Matteo, ha rilanciato la posizione di Gratteri, spiegando che la mafia ha bisogno che agli occhi del popolo la magistratura risulti delegittimata. Anche in questo caso, il merito della riforma è rimasto sullo sfondo, coperto dal rumore della zuffa politica.
Parallelamente, la campagna referendaria è stata attraversata da una narrazione securitaria che ha utilizzato episodi di cronaca come leva retorica. Gli scontri di Torino durante lo sgombero del centro sociale Askatasuna [3] sono stati evocati nel dibattito pubblico come simbolo di un sistema giudiziario incapace di garantire certezza della pena. Pur non avendo un legame diretto con il quesito referendario, l’episodio è entrato nella discussione come argomento politico. La destra lo ha utilizzato per rafforzare la richiesta di riforma e maggiore fermezza, mentre la sinistra ha denunciato la strumentalizzazione di fatti di piazza per influenzare il voto. Il dibattito si è così spostato su un terreno emotivo, fatto di simboli e paure, anziché su un’analisi puntuale delle conseguenze istituzionali della riforma.
A infiammare ulteriormente lo scontro è arrivata la punzecchiatura del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari. A chi gli ha chiesta cosa voterebbe Vladimir Putin al referendum, ha risposto: «In Russia non c’è la separazione delle carriere, quindi, probabilmente voterebbe no». «Una battuta in una chiacchierata informale con i cronisti», ha precisato poco dopo, ma tanto è bastato per suscitare la dura reazione della segretaria del PD Elly Schlein, che sul palco di Latina ha lanciato la controffensiva, accusando il governo di non avere “molti argomenti”.
Il paradosso è evidente: un referendum costituzionale che imporrebbe rigore, chiarezza e spiegazioni puntuali sugli effetti della separazione delle carriere è stato inghiottito da una guerra di slogan e accuse incrociate. Invece di spiegare cosa cambierà nell’architettura costituzionale, le parti hanno preferito evocare scenari apocalittici o rassicurazioni generiche. In questo clima di delegittimazione reciproca, l’elettore resta disorientato, mentre la consultazione si trasforma in una resa dei conti tra poteri. In questo modo, la consultazione popolare perde la sua funzione deliberativa e si riduce a plebiscito simbolico. Se questa è la peggiore campagna referendaria di sempre, non lo è per l’esistenza del conflitto, fisiologico in democrazia, ma per la qualità del confronto, che si riduce a un’occasione mancata di discutere seriamente di giustizia.