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Sirene, check point e missili nel cielo: la guerra in Iran dalla Cisgiordania occupata

RAMALLAH, CISGIORDANIA OCCUPATA – Una sirena improvvisa dal telefono, un messaggio in solo ebraico che sa di allarme. Il rombo dei jet militari che si dirigono verso l’Iran. È così che, per molti, la guerra è cominciata. Sono circa le 8.30 del mattino di sabato 28 febbraio: la Cisgiordania si stava svegliando, quando Israele e gli Stati uniti hanno dato il via all’offensiva militare che potrebbe scatenare una guerra regionale in Medio Oriente.

Il rumore degli arei militari non ha più smesso, e ha accompagnato – invadente sottofondo – tutti i palestinesi in questa prima giornata di guerra. Mentre le bombe iniziavano a cadere, e il sistema Iron Dome provava a intercettare le decine di missili iraniani creando forti esplosioni che si tramutavano in boati, la Cisgiordania è stata blindata. In nome di chissà quale “sicurezza”, l’esercito d Tel Aviv ha ristretto ancora di più i movimenti dei palestinesi nel Paese, creando forti disagi. Code infinite ai check-point, mentre molti dei circa 288 “gates”, i cancelli di metallo posti sulle strade tra le città e i paesini palestinesi, sono stati chiusi.

Ramallah e Gerico [1] sono state blindate, ma anche a Hebron, Betlemme, Tulkarem, Nablus, Jenin, Gerusalemme [2] gli spostamenti erano quasi impossibili. Bloccati in coda a pochi metri dal muro dell’apartheid fuori Ramallah, il suono delle sirene di Gerusalemme si sentiva forte e chiaro. Quel lamento lugubre che invita i cittadini – israeliani – a mettersi al sicuro nei bunker, si alternava all’allarme improvviso emesso dai telefoni con sim israeliane che suonavano a ogni attacco. La maggior parte dei palestinesi – con sim palestinese – guardavano invece una app che descrive tutte le aree interessate dal lancio dei missili, avvisando quando entrare e uscire dalle “zone sicure”. Che in Cisgiordania occupata, non esistono.

L’offensiva israeliana, mascherata da “attacco preventivo”, non sarà breve e i palestinesi si preparano. In molti ieri sono andati a comprare scorte di cibo, riempiendo le dispense delle case. Le incognite, sono troppe: la limitazione [3] degli spostamenti, l’aumento dei check-point. La probabile chiusura delle frontiere. I gruppi Telegram sono una delle forme principali con la quale i palestinesi si tengono aggiornati e seguono gli eventi; guardano i video degli attacchi in Iran, le studentesse morte e la devastazione del complesso di Ali Khamenei dove la Guida Suprema dell’Iran è rimasta uccisa, ma anche i bombardamenti iraniani contro gli stati arabi in risposta, i missili intercettati e i missili che invece hanno raggiunto gli obbiettivi in tutto il Medio Oriente.

La sera, per Ramallah si vedono gruppetti di persone riunite ad osservare il cielo. Le famiglie e gli amici si riuniscono sui tetti o negli spiazzi aperti a guardare le scie infuocate causate dai missili iraniani e dal sistema di difeso israeliano che li prova a intercettare. Non c’è tristezza, anzi. Per molti i missili iraniani sono benvenuti. Mentre la guerra a Gaza continua e Israele chiude [4]nuovamente il valico di Rafah, la Cisgiordania sta venendo serrata sempre di più in una morsa che ha il sapore dell’annessione [5]. Nonostante la guerra, i coloni illegali non fermano i continui attacchi verso la popolazione e le incursioni dei militari continuano. I movimenti sono tuttora ristretti, e il numero [6] dei cancelli chiusi è oggi aumentato. I missili iraniani non possono che essere visti come una flebile speranza che qualcosa cambi; e che la pressione sofferta dalla popolazione palestinese, si alleggerisca.

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Moira Amargi

Moira Amargi esiste ed è una persona specifica, ma il nome è uno pseudonimo, usato quando pubblica report sulla Palestina o dall'interno di cortei e momenti di conflitto sociale a rischio repressione. È corrispondente per L'Indipendente dal Medio Oriente e dai Territori Palestinesi occupati.