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La canzone più anti-Sanremo mai suonata a Sanremo

Nel 1966 Ennio Morricone era a Marsiglia quando, improvvisamente, sentì un suono che non si aspettava. Era una normale sirena della polizia, ma, a differenza di quelle italiane, costruite su due note che si ripetono, questa era tritonale. Quel cambiamento minimo accese la sua immaginazione. Da lì nacque l’idea per una canzone fondata sullo stesso principio: tre note molto vicine tra loro, ripetute in modo ossessivo, poi un piccolo scarto di tonalità e di nuovo il ciclo che ricomincia, in un crescendo che ricorda quello di una sirena che si avvicina. Una struttura che, descritta a parole, potrebbe sembrare persino banale, ma che nella musica, grazie al genio di Morricone, si trasforma in un miracolo. Quel miracolo era Se telefonando.

Un ciclo di tre note attorno alle quali si regge un intero brano. Lo stesso principio su cui si basa, volontariamente o involontariamente, anche il pezzo scritto da un giovane cantautore napoletano che, 26 anni fa, portò sul palco di Sanremo una delle canzoni più anti-sanremesi mai ascoltate.

Siamo nel 2000. 50ª edizione del Festival. Alla conduzione, per la seconda volta consecutiva, c’è Fabio Fazio, che ha come compito principale quello di svecchiare il Festival dopo le austere gestioni di Pippo Baudo, Mike Bongiorno e Raimondo Vianello. La lista degli artisti in gara segna effettivamente un cambio di passo e la qualità delle canzoni è decisamente alta. Ci sono, tra gli altri, i Tiromancino e Riccardo Sinigallia con la bellissima Strade, Max Gazzè con Il timido ubriaco, e poi i Subsonica e Samuele Bersani con due capolavori come Tutti i miei sbagli e Replay.

Poi vabbè, c’erano pure Fabrizio Moro e un frate che suonava la chitarra elettrica e che sarebbe poi stato arrestato per truffa. Perché va bene svecchiare, ma siamo comunque a Sanremo.

Per la categoria nuove proposte c’è invece un cantante che ha portato un pezzo particolarmente strano. Alessio Bonomo, 30 anni, autore di La Croce. Una canzone decisamente fuori dai canoni anche per quella edizione del Festival, che comunque si era presa molte libertà. Il brano si apre con lo strillo di una chitarra elettrica suonata col wah. Un suono sporco e acido, che potrebbe tranquillamente arrivare da un disco di Jimi Hendrix e che infatti sembra provenire da un’altra dimensione rispetto al palco di Sanremo. È un attacco che pare quasi un errore tecnico, qualcosa che qualcuno in regia dovrebbe abbassare in fretta. E invece no: è proprio così.

A quel punto la chitarra inizia il suo riff ossessivo di tre note sul quale si regge l’intero brano. Poco dopo entra, inevitabilmente, l’orchestra. Gli archi, tuttavia, non cercano di “ripulire” quel suono, né di renderlo presentabile per la prima serata. Prima lo assecondano, poi costruiscono un crescendo che genera un vero e proprio cortocircuito: da un lato c’è la tradizione melodrammatica sanremese, dall’altro siamo quasi dalle parti dei Sonic Youth. Due stili totalmente diversi che cercano di dividere lo stesso spazio in armonia, come farebbero due coinquilini che si odiano ma che devono comunque vivere insieme perché mancano i soldi per l’affitto. In mezzo a tutto questo, immobile al centro del palco, c’è Alessio Bonomo. Che non canta. Recita. O meglio: pronuncia. La sua voce non cerca mai la melodia e non prova in alcun modo a farsi bella. Sta lì, tesa. Come il monologo di qualcuno che ha deciso di dire una cosa importante nel posto meno adatto possibile.
“E ognuno ha la sua croce, ma certe croci sono enormi”, dice nell’attacco del pezzo, e già a questo punto è chiaro che non siamo esattamente nell’universo poetico di Papaveri e papere. La canzone avanza per accumulo emotivo, come una salita continua. Parla delle croci che affliggono ognuno di noi, ma anche di come ognuno di noi sia “un falegname che costruisce nuove croci”, fino ad arrivare a chi “da questo orrendo costruire ne esce pure vincitore”. Ogni frase è un passo in più verso il cuore della canzone, che si materializza quando Bonomo lancia un urlo improvviso, evidenziato dalla musica che si blocca all’istante: “ROBA DA SPACCARGLI UN PALO IN MEZZO AGLI OCCHI!”. Sarebbe il ritornello. Sembra più una bestemmia.

Alla fine del video si sentono alcuni timidi applausi, ma è facile immaginare le espressioni perplesse del pubblico in sala. Il brano, inutile dirlo, non avrà molta fortuna. Arriverà quartultimo in classifica e non avrà, di fatto, alcuna vita commerciale. Un anno dopo, però, Alessio Bonomo pubblicherà il suo primo album, La rosa dei venti, prodotto da un altro musicista passato da quella 50ª edizione del Festival: Fausto Mesolella, chitarrista degli Avion Travel, che proprio quell’anno vinsero all’Ariston con Sentimento. Anche quello un brano totalmente fuori asse rispetto alla tradizione sanremese.

Col senno di poi, quel Sanremo del 2000 appare come un momento di equilibrio raro nella musica moderna, che poteva permettersi certe deviazioni e certi picchi di eccellenza restando comunque popolare. Intendiamoci: Sanremo, nonostante i proclami, non è mai stato lo specchio di niente. Anche oggi, nel 2026, al di là di febbraio, fuori dalla Liguria, si produce musica di ogni genere, spesso animata dal desiderio di guardare avanti e di esprimere la propria identità artistica in maniera originale. Sanremo, invece, è solamente il risultato delle scelte di qualche dirigente rincoglionito della Rai e delle case discografiche, che spingono per mettere in vetrina i loro artisti invenduti come se fossero prosciutti.

Tuttavia, se si guarda alle canzoni in gara all’Ariston negli ultimi anni, lo scarto con il passato non sembra solo stilistico, ma concettuale. Anche nel caso di quei cantanti che vorrebbero portare sul palco il proprio stile personale, bello o brutto che sia, l’azzardo creativo sembra essere stato completamente sostituito dalla ricerca della riconoscibilità immediata. Tutto deve funzionare subito, possibilmente al primo ascolto, possibilmente su TikTok. Canzoni che sembrano tutte omologate e che passano senza lasciare traccia, come sirene bitonali dirette a tutta velocità in qualche luogo dove non sta succedendo nulla di interessante. Una creazione di testi, melodie e arrangiamenti che appare più simile a una produzione industriale che a un flusso creativo personale. Basta guardare al numero degli autori necessari a comporre un singolo brano. Ci sono volute 6 persone per scrivere il pezzo che ha vinto Sanremo 2026. Una canzone, oggettivamente, davvero brutta.

La Croce di Alessio Bonomo invece, nel bene o nel male, era solo di Alessio Bonomo.

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Fulvio Zappatore

Nato a Cesena nel 1984, muove i primi passi nel giornalismo scrivendo articoli per la stampa locale. Dopo la laurea in Storia contemporanea diventa professionista e inizia a dedicarsi anche al giornalismo televisivo. Per L’Indipendente scrive di musica ed è corrispondente dall’Emilia-Romagna.