Virginia Woolf oggi viene spesso confinata in una categoria rassicurante: icona del femminismo, intellettuale sensibile, voce fragile. Una scrittrice segnata dalla malattia mentale e da un destino tragico. Ma questa lettura non è solo riduttiva ma fuorviante. Leggerla come scrittrice femminista è diventato un modo elegante per neutralizzarne la portata.
Virginia Woolf, infatti, non fu soltanto una delle più importanti scrittrici del Novecento. Fu una pensatrice capace di mettere in discussione i presupposti stessi su cui si reggeva la cultura occidentale: l’idea di autorità e di normalità. La sua rivoluzione non riguarda solo le donne, riguarda invece il modo in cui una società costruisce i suoi valori. Ci ha mostrato come il potere agisca sulle menti prima ancora che sui corpi.
Centrale è l’esperienza della guerra. Nei suoi romanzi, come Mrs Dalloway, e nei saggi, come Le tre ghinee, la guerra penetra nei corpi, nelle menti, nelle istituzioni. La violenza dei bombardamenti e delle guerre mondiali non era solo sul campo; era nei rapporti di potere, nei linguaggi dominanti, negli schemi di normalità che definivano chi poteva essere ascoltato e chi doveva essere silenziato.
Ma facciamo un passo indietro. L’Inghilterra in cui nasce Virginia Woolf è una società che si percepisce come stabile, razionale, moralmente superiore. Woolf cresce all’interno di un ambiente colto e benestante. La casa dei Stephen è frequentata da scrittori, critici, storici. I libri sono ovunque, la conversazione è continua. Eppure il sapere che la circonda non le appartiene del tutto: è un sapere che seleziona, che gerarchizza, che decide chi può parlare e chi no.
I suoi fratelli vanno a Cambridge. Lei invece resta confinata in casa. La sua formazione è frammentaria, domestica, indiretta. Quest’esperienza la spinge a domandarsi: che cos’è l’autorità intellettuale? Dipende davvero dal valore delle idee, o dalle strutture che ne permettono la legittimazione? Domande che trascendono la condizione femminile e che sono appunto universali.
Tra il 1895 e il 1904 la vita di Virginia viene segnata da una serie di lutti: la morte della madre Julia, poi quella della sorellastra Stella, infine il padre Leslie Stephen. Dopo la morte del padre, si trasferisce nel quartiere di Bloomsbury. Qui nasce il gruppo che prenderà lo stesso nome: un ambiente sperimentale e anticonformista.
Il flusso di coscienza per cui la Woolf diventerà celebre non è solo una scelta estetica, ma è una presa di posizione. Perché raccontare il mondo attraverso una voce unica, lineare, onnisciente? Perché fingere che la realtà sia coerente, quando l’esperienza umana non lo è? In Mrs Dalloway, una giornata ordinaria diventa il luogo in cui emergono fratture profonde: guerra, trauma, solitudine, disconnessione. Mrs Dalloway, infatti, racconta, almeno in apparenza, la giornata di una donna londinese, presa da occupazioni mondane e piccoli drammi sociali.
In realtà questo è un romanzo sulla guerra e contro la guerra. Virginia Woolf ci mostra la devastazione psichica che produce e lo fa attraverso il personaggio di Septimus, un reduce che fatica a riadattarsi alla normalità della vita civile. Woolf ci mostra che le guerre non finiscono mai davvero per chi le ha vissute.
Clarissa e Septimus non si incontrano mai, eppure sono due facce della stessa medaglia. Clarissa ha imparato a vivere all’interno delle convenzioni, a muoversi nello spazio sociale senza romperlo. Septimus no: perseguitato dalla morte dell’amico Evans rappresenta il lato oscuro e tragico del dopoguerra. Ne incarna la ferita mai risolta.
«Bellissima! esclamava in un soffio, dando di gomito a Septimus, perché l’ammirasse. Ma la bellezza stava al di là di una lastra di vetro. Persino le cose golose (a Lucrezia piacevano i gelati, la cioccolata, i dolciumi in genere) non avevano gusto per lui. Guardava i passanti, là fuori: felici, sembravano, assiepati in mezzo alla strada, a ridere, a gridare, a litigare per nonnulla. Ma lui non provava alcun gusto, non riusciva a sentire niente. Nella sala da té, fra i tavolini e i loquaci camerieri, quell’orrenda paura lo riprendeva: non provava alcuna sensazione».
Septimus pensa, ricorda, rielabora esperienze che non riesce però a tradurre in linguaggio condiviso. Il suo trauma è anche un problema di comunicazione. La società che ha prodotto la guerra non possiede le parole per raccontarne gli effetti reali. Ecco perché Septimus viene etichettato come folle.

Quando il suo trauma emerge, il sistema non lo riconosce come conseguenza della violenza collettiva, ma lo imputa a un difetto individuale, a una debolezza caratteriale. I medici che incontrano Septimus rappresentano un sapere che non ascolta, ma classifica. Il Dottor Holmes, il medico di base, sminuisce la gravità dei traumi di Septimus, e gli consiglia di dedicarsi a hobby, passatempi costruttivi, divertimenti. Sir William Bradshaw, invece, un eminente psichiatra, impone al suo paziente una cura fatta di «riposo e isolamento».
La loro ossessione non è il benessere del paziente, ma la sua capacità di tornare a essere funzionale. La sofferenza estrema di Septimus in fondo mette in crisi la narrazione ufficiale che vede nella guerra un’esperienza nobile e necessaria. La psichiatria, come aveva espresso magnificamente Foucault ne La società disciplinare, non è soltanto una disciplina medica ma un dispositivo di controllo sociale. Chi non riesce ad adattarsi al sistema di valori di una determinata società viene isolato, marginalizzato, escluso.
Quando il dottor Holmes tenta di forzare la porta della stanza di Septimus per internarlo, Septimus si toglie la vita, lanciandosi da una finestra. Di fronte all’imposizione di una cura coercitiva, Septimus sceglie di non consegnarsi, non accetta cioè di essere ridotto a caso clinico.
Mrs Dalloway solleva una domanda che ancora oggi è come una bomba: chi decide cosa è sano? Cos’è normale e cosa non lo è? E se la follia non fosse solo una patologia individuale, ma una reazione a un mondo che non ammette deviazioni?
Virginia Woolf mostra una straordinaria consapevolezza di questo meccanismo: in tutti i suoi romanzi la follia non è mai solo disfunzione individuale, ma è una rottura tra l’individuo e un determinato ordine sociale. Il trauma individuale è il riflesso di strutture sociali incapaci di riconoscere la sofferenza che hanno prodotto.
La mente del cosiddetto folle è una mente che entra in conflitto con norme rigide, ruoli imposti, linguaggi insufficienti. Septimus Smith, ad esempio, è schiacciato da un sistema che non concede spazio a chi dà voce a idee e sentimenti che incrinino la narrazione nobilitante della guerra.
Lo stesso accadde alla Woolf. La medicina dell’epoca parla di instabilità, isteria, esaurimento nervoso. Le sue crisi però coincidono sempre con momenti di forte pressione: lutti, difficoltà economiche, sovraccarico emotivo.
Negli anni Trenta Woolf è all’apice della sua maturità intellettuale. Scrive Le onde, Una stanza tutta per sé, Le tre ghinee. Ma il contesto storico in cui vive è soffocante: l’ascesa dei totalitarismi, le crisi economiche, la minaccia di una nuova guerra mondiale all’orizzonte. Quando la Gran Bretagna entra in guerra, le sue crisi si fanno sempre più violente e logoranti.
La psichiatria dell’epoca parlò di «fobie», di paure irrazionali e incontrollabili, anche se verrebbe da chiedersi quanto e come in un contesto simile la paura sia davvero una reazione emotiva ingiustificata a un clima di terrore e violenza e quanto invece la capacità di adattarsi a un simile contesto non possa essere letto come un sintomo di malattia. Alla fine comunque, all’età di cinquantanove anni, Virginia Woolf si toglie la vita.
Il suo suicidio è stato spesso romanticizzato o patologizzato. La sua morte invece ci spinge a chiederci: chi paga il prezzo della lucidità in un sistema che premia la conformità e l’obbedienza?
Raccontare la vita e l’opera di Virginia Woolf non significa dunque celebrare un’icona letteraria o commemorare una tragedia individuale. Significa interrogarsi sul costo umano di un sistema che tollera il dissenso solo finché non ne mette in discussione le fondamenta. E significa anche chiedersi se le domande che Woolf ha posto sulla guerra, sulla follia e la normalità, abbiano davvero trovato risposta o se continuino a restare irrisolte.