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Caso Epstein, le “amnesie” di Bill Clinton al Congresso e l’effetto boomerang per Trump

«Non ho visto nulla e non ho commesso nulla di male». Con queste parole Bill Clinton ha testimoniato a porte chiuse davanti alla Commissione di sorveglianza della Camera sul caso Jeffrey Epstein, rivendicando la propria estraneità ai crimini commessi dal finanziere morto in carcere nell’agosto del 2019. Ventiquattr’ore prima, era toccato alla moglie Hillary Clinton [1], incalzata dai deputati sui rapporti dell’ex coppia presidenziale con Epstein e con la sua complice Ghislaine Maxwell. L’ex presidente ha ricondotto la relazione a una «breve conoscenza con Epstein», conclusa «anni prima che i suoi crimini venissero alla luce», sostenendo di non aver mai compreso «cosa stesse realmente accadendo». «Non avevo idea dei suoi crimini», ha ribadito. E ancora: «So quello che ho fatto e ancora più importante quello che non ho fatto. So quello che ho visto e ancora più importante quello che non ho visto».

Clinton ha rivendicato ignoranza e buona fede, appellandosi anche alla propria storia personale: «Essendo cresciuto in una famiglia in cui si verificavano abusi domestici, non solo non sarei salito sul suo aereo se avessi avuto la minima idea di cosa stesse facendo, ma lo avrei denunciato io stesso e avrei guidato la richiesta di giustizia per i suoi crimini, non per accordi vantaggiosi». E ha aggiunto: «Le vittime non solo meritano giustizia, ma meritano di guarire». Sul coinvolgimento della moglie è stato altrettanto categorico: «Non c’entra nulla con Jeffrey Epstein» e «chiamarla a testimoniare è stato semplicemente sbagliato». La narrazione ufficiale circoscrive i rapporti tra Bill Clinton e Jeffrey Epstein agli anni Novanta e ai primi Duemila, collocandone la fine prima dell’arresto del finanziere in Florida nel 2008. Un arco temporale rassicurante che, nelle intenzioni, dovrebbe separare nettamente la fase delle frequentazioni sociali dall’esplosione pubblica dello scandalo. Tuttavia, le amnesie di Clinton non collimano con i documenti ufficiali, a partire dai registri della Casa Bianca che attestano almeno 17 visite di Epstein. Dopo il gennaio 2001, con la conclusione del mandato presidenziale, i contatti divennero ancora più visibili e documentabili: viaggi internazionali, iniziative filantropiche, incontri pubblici e privati. È proprio in questo passaggio temporale che la vicenda cessa di essere una semplice delimitazione di date e si trasforma in un nodo politico e reputazionale: non conta soltanto quando si siano intrecciati i rapporti con Epstein, ma in quale cornice si siano sviluppati e con quale livello di consapevolezza rispetto alla natura e alla gravità delle sue condotte.

Tra il 2002 e il 2003, Clinton volò ripetutamente sul jet privato di Epstein, il famigerato “Lolita Express”: i registri riportano almeno 17 tratte a suo nome, che alcune analisi stimano in 26-27 spostamenti complessivi considerando segmenti concatenati. Non è il numero in sé a colpire, ma la continuità e il contesto, includendo vere e proprie tournée internazionali. Emblematico il viaggio del 2002 in Africa, presentato come missione su HIV/AIDS e sviluppo, con a bordo anche Kevin Spacey e Chris Tucker. Nello stesso periodo, Clinton frequentò uffici e residenze newyorkesi di Epstein, definendolo in un’intervista un “finanziere di grande successo” e un “filantropo impegnato”. Il capitolo più controverso riguarda Little Saint James, l’isola caraibica privata di Epstein. La principale accusatrice di Epstein, Maxwell e del principe Andrea, Virginia Giuffre, riferì di averlo visto sull’isola poco dopo la presidenza, pur senza accusarlo di abusi sessuali; Maxwell replicò definendo quella ricostruzione “una bugia evidente”. Nel 2020, Vanity Fair, citando l’ex consigliere Doug Band, parlò di una visita sull’isola nel gennaio 2003; l’ufficio di Clinton negò, sostenendo di poter produrre agende e diari di viaggio che non includevano quella tappa. È la zona grigia delle memorie contrapposte, dove ogni documento diventa un’arma e ogni omissione un sospetto.

I contenziosi civili hanno amplificato l’eco. Nel 2016 i legali di Giuffre indicarono Clinton come testimone “chiave” per la “stretta relazione personale” con Epstein e Maxwell, chiedendo formalmente che deponesse; un giudice federale respinse l’istanza. Nei documenti desecretati nel 2024, sempre legati al caso Giuffre, il nome di Bill Clinton compare come “associate”. Poi ci sono le immagini. Nel dicembre 2025, dagli Epstein Files emergono fotografie compromettenti: Clinton a torso nudo in una vasca idromassaggio accanto a una persona dal volto censurato; in piscina con Maxwell e una terza donna oscurata; in piedi con un drink vicino a Epstein. Con l’ultimo rilascio del 30 gennaio 2026, altri scatti lo mostrano mentre riceve un massaggio da una ragazza dal volto coperto. Materiale che non prova reati, ma consolida la prossimità di Bill Clinton con Epstein e il clima informale di quella relazione.

È la prima volta che un ex presidente testimonia sotto giuramento davanti a una commissione congressuale. Il repubblicano James Comer ha ammesso che è stato «molto difficile» ottenere le audizioni di Bill e Hillary, parlando di «sette mesi» di trattative. Intanto, i democratici sollecitano la convocazione di Donald Trump. Avendo già chiamato a deporre sotto giuramento un ex presidente, appare difficile sostenere che la Commissione di vigilanza – sebbene a maggioranza repubblicana – possa esimere Donald e Melania Trump dal confronto con un’indagine i cui sviluppi e le cui conseguenze si preannunciano potenzialmente imprevedibili. In attesa di sviluppi, la vicenda, più che giudiziaria, è ormai simbolica: misura la distanza tra legalità formale e responsabilità morale, tra ciò che “non si è visto” e ciò che forse non si è voluto vedere per almeno tre decenni.

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Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.