Blackout, scarsità di cibo, ospedali in affanno. L’inasprimento del bloqueo da parte degli Stati Uniti sta stritolando Cuba e spingendo il suo popolo ai limiti della sopravvivenza. Nonostante ciò, l’isola non sembra intenzionata a piegarsi: insieme alle misure straordinarie che riguardano sanità e servizi fondamentali, contenute nel pacchetto [1] varato pochi giorni fa, la resistenza isolana passa anche per quella forma “creativa” che da decenni accompagna l’immagine di Cuba nel mondo. Così, l’espressione artistica e l’ingegno diventano un mezzo per opporsi a un contesto segnato dalle difficoltà e dalle ingiustizie. Non è certo la soluzione definitiva, ma un mezzo per andare avanti, in attesa che la solidarietà internazionale faccia il suo corso. Tra un blackout e l’altro, i teatri, i cinema, le sale da ballo, le palestre restano aperti, offrendo svago e socialità in uno dei momenti più bui per il popolo cubano.
A inizio febbraio il presidente Miguel Díaz-Canel, nel lanciare [2] un allarme globale contro l’assedio USA, fece innanzitutto appello al popolo cubano, chiedendo di rispondere alle minacce di Washington con l’atavica “resistenza creativa”, quella dell’espressione artistica, delle manifestazioni al limite tra sacro e profano, dell’ingegno. Così è stato. Gli eventi sportivi, i concerti, gli spettacoli non si fermano, ma si adattano al nuovo ritmo dettato dall’inasprimento delle sanzioni americane. L’associazione Hermanos Saiz, «la giovane avanguardia artistica e intellettuale di Cuba», continua ad esempio a organizzare dibattiti e concerti al Vedado, quartiere dell’Avana. Si punta, coi limitati mezzi a disposizione, a mitigare gli effetti della crisi, che tra le altre cose ha messo a dura prova gli spostamenti e lo svago, impattando sulla qualità della vita.
Per diminuire la pressione sugli ospedali vengono tenuti aperti anche gli ambulatori di base, che oggi sono in grado di fornire prestazioni minime esclusivamente grazie alle donazioni. Nelle farmacie pubbliche gli scaffali sono quasi vuoti. A compensare — e qui torna l’ingegno della resistenza creativa — c’è la medicina naturale, una tradizione secolare che ha reso Cuba un laboratorio, un caso di studi, basato sull’uso terapeutico di circa 2000 piante medicinali facente capo alla Santeria.
Quelle messe in campo dal popolo cubano sono risposte emergenziali, di resistenza verso l’imperialismo USA che da fine gennaio ha praticamente azzerato i rifornimenti energetici dell’isola. Cuba resiste, ma attende la solidarietà internazionale. Mentre vengono tenute aperte le porte del dialogo tra l’Avana e Washington, una coalizione di movimenti e associazioni ha lanciato [3] la “Nuestra América Flotilla“. Seguendo l’esempio della Global Sumud Flotilla, che proprio in questi giorni sta preparando [4] una nuova spedizione per Gaza, un convoglio di navi umanitarie salperà a marzo dai Caraibi, direzione Cuba. Se la solidarietà dal basso prende forma, nella comunità internazionale si registrano posizioni ambigue e un generale stato di inerzia. Il Messico ha inviato due navi con viveri e medicinali (ma su pressione americana ha interrotto le esportazioni energetiche), mentre dal Cremlino fanno sapere di «star aiutando Cuba» ma di non voler rivelare ulteriori dettagli. Dall’Italia arriva invece un endorsement ai progetti di Trump e quindi a un’implosione senza intervento militare. «È meglio cambiare senza violenza, ma un cambiamento è necessario. Cuba è un regime comunista», ha dichiarato il Ministro degli Esteri Antonio Tajani.