Abbiamo scritto – e continueremo a farlo – che queste Olimpiadi non sono state “a costo zero” come era stato promesso, che l’idea iniziale di realizzare interventi minimi sul territorio è stata puntualmente disattesa e che i miliardi pubblici impegnati raccontano una storia diversa da quella degli slogan. Abbiamo raccontato le proteste [1], i cantieri in ritardo [2], le opere ridimensionate e i conti lievitati [3] oltre i sei miliardi. Non cambiamo posizione oggi.
Eppure un grande evento non è mai solo la somma delle sue storture. Dentro a una narrazione istituzionale spesso enfatica, si sono aperti spazi imprevisti: gesti sportivi autentici, scatti di dignità professionale, momenti di dissenso che non si sono fatti silenziare, prese di parola che hanno rotto la retorica della performance a ogni costo.
Non si tratta di bilanciare il giudizio, ma di riconoscere che la realtà è più stratificata della propaganda, sia essa celebrativa o denigratoria. In mezzo a ritardi, polemiche e contraddizioni, ci sono stati tanti momenti autentici, di sport e di vita vissuta. E vale la pena metterli a fuoco.
1. L’impresa di Federica Brignone

Dieci mesi prima delle Olimpiadi si era infortunata. Da lì è iniziato il percorso di recupero: riabilitazione, lavoro fisico, ricostruzione della fiducia e una disciplina che non ammette esitazioni. Tornare competitiva era già una sfida. Vincere due ori olimpici è stato qualcosa di diverso: un’affermazione tecnica e mentale. Federica Brignone è stata più forte delle avversarie e del dolore, imponendo una superiorità netta nelle sue gare. In uno sport deciso da centesimi e traiettorie millimetriche, ha sciato con autorità, senza lasciare spazio ai dubbi. E poi l’immagine simbolo: dopo il secondo oro, le avversarie che si inchinano davanti a lei. Un gesto spontaneo che vale quanto la medaglia. Riconoscimento puro, tra atlete, per un’impresa che va oltre il risultato.
2. I giornalisti Rai e le dimissioni di Petrecca
La contestata gestione editoriale della copertura olimpica e la telecronaca dell’apertura dell’ex direttore Petrecca hanno innescato una reazione netta: i giornalisti di Rai Sport hanno ritirato le firme e proclamato sciopero a oltranza, rivendicando autonomia e credibilità. Le dimissioni di Petrecca, arrivate dopo giorni di tensioni, non sono una resa dei conti personale, ma l’esito di una mobilitazione interna che ha riaffermato un principio essenziale: la qualità del servizio pubblico e la dignità dei suoi lavoratori.
3. Le medaglie fuori dai circuiti dorati
La staffetta maschile azzurra nello sci di fondo, bronzo contro potenze strutturalmente dominanti come Norvegia e Svezia, è stata una delle sorprese più significative. Non solo una medaglia, ma la dimostrazione che voglia e abnegazione possono fare la differenza. Allo stesso modo, i podi conquistati da atleti provenienti da federazioni minori — lontane dai grandi budget nordici o nordamericani — hanno ricordato che lo sport olimpico non è solo industria e programmazione perfetta. A volte è ancora talento, squadra e l’occasione da non perdere colta nel momento giusto.
4. Il primo oro azzurro nel Biathlon femminile

La vittoria di Lisa Vittozzi nel biathlon femminile non è solo una medaglia: è una prima volta. L’oro conquistato sulle nevi olimpiche rappresenta il primo titolo della storia italiana nella disciplina al femminile, in uno sport dominato da tradizioni nordiche e valori tecnici e fisici di altissimo livello. La sua prova ha unito precisione al poligono e tenuta sugli sci, due dimensioni che nel biathlon non ammettono sbavature: basta un errore al tiro per compromettere tutto. In una gara di equilibrio e sangue freddo, Vittozzi ha saputo reggere la pressione e trasformarla in vittoria.
5. Moioli: due medaglie dopo la caduta in allenamento

Il 12 febbraio 2026, durante una sessione di allenamento a Livigno, una caduta aveva rimesso tutto in discussione. Nello snowboard cross, disciplina di contatto e velocità pura, basta un attimo per compromettere preparazione e fiducia. E invece Michela Moioli è riuscita a trasformare quell’incidente in un passaggio, non in un epilogo. Le due medaglie conquistate ai Giochi raccontano proprio questo: gestione del rischio, lucidità, capacità di restare dentro la gara anche quando il margine è minimo e l’adrenalina altissima. Non solo talento tecnico, ma controllo mentale.
6. Il dominio totale di Johannes Høsflot Klæbo

A Milano-Cortina 2026 Klæbo ha firmato un’impresa storica: sei ori in una sola edizione, record assoluto ai Giochi invernali. Con questi successi ha portato il totale olimpico a undici medaglie d’oro in carriera, diventando l’atleta più vincente di sempre nella storia delle Olimpiadi invernali. Nel fondo, disciplina tecnica e spietata, ha imposto ritmo e superiorità tattica senza lasciare margini. Sul suo futuro e sulla prospettiva di dover smettere di gareggiare ha detto: “Presto dovrò imparare la tecnica di stare al mondo”. Campione totale.
7. Il commentatore della Radiotelevisione svizzera
Durante la gara maschile di bob a due, il commentatore Stefan Renna di RTS ha dedicato oltre un minuto non alla cronaca tecnica, ma all’atleta della squadra israeliana Adam Edelman, ricordando che si era definito “sionista fino al midollo” sui social media e di aver espresso opinioni a favore delle azioni militari israeliane nella Striscia di Gaza, incluse frasi che lo stesso commentatore ha descritto come “supporto al genocidio” secondo la terminologia usata da una commissione ONU sui diritti umani.
8. Oro e argento nello ski cross
La doppietta italiana nello ski cross maschile – oro e argento nella stessa gara – è arrivata in una delle discipline più spettacolari e imprevedibili del programma invernale. Qui non conta solo la velocità: conta la traiettoria, la gestione dei salti, la capacità di restare in piedi nei contatti ravvicinati. Conquistare due gradini del podio in una specialità così significa avere tecnica e nervi saldi. È un risultato che va oltre il singolo exploit: segnala maturità, qualità e tanto lavoro.
9. Gli atleti che hanno parlato di pressione e salute mentale

A Milano-Cortina, il tema non è rimasto uno slogan. Ilia Malinin, dopo il crollo nel pattinaggio, ha detto che “non ho saputo gestire lo stress” e che “la pressione” gli è “tornata addosso” fino a travolgerlo; poi, in un post, ha parlato di “battaglie invisibili” e di “pressione senza fine”. Alysa Liu ha raccontato l’altra faccia del successo: si era ritirata a 16 anni dopo Pechino perché si sentiva “sopraffatta”, troppo giovane per reggere quel palco, e ha rivendicato il ritorno con una prospettiva diversa. E Mikaela Shiffrin ha spiegato di aver lavorato con una psicologa per “desensibilizzarsi” perfino alla parola Olimpiadi, immaginando scenari e sensazioni per non arrivare schiacciata dall’evento.
10. Arianna Fontana: l’italiana più medagliata
Con le medaglie conquistate a Milano-Cortina, Arianna Fontana ha aggiornato un primato già storico: con 11 medaglie olimpiche complessive, è l’atleta italiana più medagliata di sempre ai Giochi invernali. Un dato che attraversa cinque edizioni olimpiche e racconta una continuità rarissima nello short track, disciplina feroce, dove basta un contatto per cancellare anni di lavoro. Le sue vittorie non sono soltanto podi, ma la prova che esperienza, lettura tattica e gestione del rischio possono reggere contro generazioni più giovani e batterie sempre più veloci. In uno sport di centimetri e cadute improvvise, la sua longevità è un risultato quasi più impressionante dell’oro.