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Uno studio scientifico getta nuove ombre sul rapporto tra plastica e infertilità globale

Le nanoplastiche possono interferire con i neuroni che regolano pubertà e fertilità, alterando meccanismi chiave del sistema riproduttivo. È questo il risultato di un nuovo studio [1] coordinato dall’Università Statale di Milano, in collaborazione con l’Università di Torino e la Queen Mary University of London, che aggiunge nuovi preoccupanti elementi al dibattito sull’impatto dell’inquinamento da plastica sulla salute umana.

Le nanoplastiche sono frammenti inferiori a 0,001 millimetri, 50-100 volte più piccoli del diametro di un capello. Proprio per le loro dimensioni riescono a superare barriere organiche fondamentali e a penetrare nei tessuti. La ricerca si è in particolare concentrata sull’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi, il sistema biologico che controlla la funzione riproduttiva nei mammiferi e che dipende dai neuroni produttori dell’ormone di rilascio delle gonadotropine (GnRH). Se questi neuroni non si sviluppano o non funzionano correttamente, si può verificare un deficit di GnRH, condizione associata a pubertà ritardata e infertilità. Il gruppo di ricerca ha utilizzato due modelli cellulari in vitro: le cellule GT1-7, che secernono GnRH, e le cellule GN11, che simulano la migrazione dei neuroni durante lo sviluppo embrionale. I risultati mostrano che le nanoplastiche entrano nelle cellule, attraversando la membrana cellulare, mediante un meccanismo chiamato “endocitosi non classica”. Una volta all’interno, alterano la funzione neuroendocrina nelle GT1-7 e compromettono la capacità migratoria delle GN11, passaggio essenziale per il corretto posizionamento dei neuroni GnRH nel cervello.

L’analisi trascrittomica delle cellule esposte – cioè lo studio dell’insieme dei geni attivi in un determinato momento – ha evidenziato un’alterazione dell’espressione di geni chiave per lo sviluppo e la funzione dei neuroni GnRH. Integrando questi risultati con i dati di sequenziamento dell’esoma – la porzione del genoma che codifica per le proteine – di pazienti affetti da deficit noto di GnRH, i ricercatori hanno individuato varianti rare in un gene coinvolto nella regolazione trascrizionale e nei ritmi circadiani in due maschi con grave ritardo puberale. È noto dalla letteratura clinica – come hanno spoiegato le prime autrici dello studio – che le cause genetiche attualmente identificate spiegano circa il 50% dei casi di deficit di GnRH. Una quota significativa rimane quindi priva di una spiegazione genetica chiara, circostanza che ha portato a ipotizzare un possibile contributo di fattori esterni. In questo contesto, i risultati dello studio suggeriscono che l’interferenza delle nanoplastiche possa rappresentare un potenziale fattore di rischio ambientale.

Un ipotesi che non è la prima volta [2] che fa capolino tra la comunità scientifica internazionale. Negli ultimi anni si sono anzi moltiplicate le evidenze sulla presenza di micro e nano plastiche nel corpo umano e sul loro possibile impatto sulla fertilità. Uno studio [3] pubblicato sulla rivista Science of the Total Environment ha rilevato microplastiche in 6 campioni su 10 di liquido seminale di uomini sani residenti in un’area altamente inquinata della regione Campania. I frammenti, di dimensioni comprese tra 2 e 6 micron, sono stati individuati in soggetti non fumatori e senza patologie note. Secondo gli autori, gli organi riproduttivi maschili sono particolarmente sensibili agli interferenti chimici e le cellule spermatiche rappresentano un indicatore precoce dell’impatto dell’inquinamento. Secondo dati citati dalla Società Italiana di Andrologia, negli ultimi decenni la concentrazione media di spermatozoi si è ridotta drasticamente a livello globale, con un’accelerazione dopo il 2000. Le cause sono sicuramente multifattoriali, ma l’esposizione cronica a inquinanti ambientali è considerata uno dei fattori rilevanti. Altri studi hanno poi documentato microplastiche nelle urine, nel sangue e nella placenta umana, mentre un gruppo di ricerca internazionale ha dimostrato [4] che particelle di dimensioni nanometriche possono superare la barriera emato-encefalica, raggiungendo il cervello.

L’inquinamento da plastica rappresenta una delle principali emergenze ambientali globali. Ogni anno vengono prodotte oltre 380 milioni di tonnellate di plastica, circa la metà destinate al monouso. Una parte consistente di questi materiali, mal gestiti o dispersi, si frammenta progressivamente in microplastiche attraverso meccanismi primari – quando rilasciate direttamente nell’ambiente, ad esempio dal lavaggio di tessuti sintetici o dall’abrasione degli pneumatici – o secondari, quando derivanti dalla degradazione di oggetti più grandi come bottiglie, buste e reti da pesca. L’ONU stimava già nel 2017 la presenza di circa 51mila miliardi di particelle di microplastica negli oceani. Queste particelle, persistenti per natura chimica dei polimeri, entrano anche nella catena alimentare attraverso organismi marini e possono arrivare sulle nostre tavole. Sono state rilevate in acqua potabile, diversi alimenti, e persino in Antartide [5]. Di fronte a questo scenario, l’Unione Europea sta tentando di alzare un argine con l’obiettivo [6] di ridurre del 30% il rilascio di microplastiche nell’ambiente entro il 2030, nell’ambito di una strategia più ampia contro l’inquinamento. Il Parlamento europeo ha ad oggi sostenuto il divieto di alcuni prodotti in plastica monouso e l’eliminazione della plastica oxo-degradabile, fino al divieto al glitter, alle microsfere e, in generale, all’aggiunta intenzionale di microplastiche in prodotti quali cosmetici, detergenti, fertilizzanti o materiali utilizzati su superfici sportive artificiali.

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Simone Valeri

Laureato in Scienze Ambientali e in Ecobiologia, attualmente frequenta il Dottorato in Biologia ambientale ed evoluzionistica della Sapienza. Oltre alle attività di ricerca, si dedica al giornalismo ambientale e alla divulgazione scientifica.