Quando sentiamo dire, o noi stessi diciamo, che i tempi sono cambiati stiamo cercando un alibi. Forse non sappiamo come reagire, troviamo difficile decidere, vorremmo che accadesse tutto quello che desideriamo senza fare alcuno sforzo.
Lo diciamo perché dovremmo metterci in discussione, ascoltare con attenzione, predisporre alternative, cercare un bene che non sia soltanto il nostro.
E così lasciamo spuntare l’intolleranza e la violenza e l’intelligenza cede il passo alla critica insolente oppure all’inerzia e all’egocentrismo.
Ho pensato di riprendere le parole di Adriano Olivetti, l’industriale visionario, uno dei non pochi geni del nostro Paese, che parla ai lavoratori dello stabilimento appena aperto a Pozzuoli, 23 aprile 1955.
«Abbiamo voluto anche che la natura accompagnasse la vita della fabbrica. La natura rischiava di essere ripudiata da un edificio troppo grande, nel quale le chiuse muraglie, l’aria condizionata, la luce artificiale, avrebbero tentato di trasformare giorno dopo giorno l’uomo in un essere diverso da quello che vi era entrato, pur pieno di speranza. La fabbrica fu quindi concepita alla misura dell’ uomo perché questi trovasse nel suo ordinato posto di lavoro uno strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza. Per questo abbiamo voluto le finestre basse e i cortili aperti e gli alberi nel giardino ad escludere definitivamente l’idea di una costruzione e di una chiusura ostile».
Olivetti: mi permetto di darvi un piccolo compito. Andate a vedere la storia vincente, per alcuni decenni, di quella Azienda. E anche perché, inevitabilmente, ha dovuto concludersi.
Oggi esistono ancora orizzonti favorevoli, vincenti. Ma ci vuole sempre e comunque una visione costruttiva che comporti un impegno costante e una visione di futuro a medio termine.
Altrimenti continuiamo ad aspettarci, ad esempio da un governo, che distribuisca magari il reddito di cittadinanza, trascurando sanità e scuola pubbliche.
E se invece la sanità e la scuola diventassero veramente nostre, come diceva Adriano Olivetti per la fabbrica, «diventassero a poco a poco parte della nostra anima, diventassero una immensa forza spirituale»?
L’utopia, se lo vogliamo, è vicina, davanti a noi. Cominciamo…da dove?