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Sudan, il massacro di cui non si parla: rapporto ONU inizia a parlare di “genocidio”

Nel silenzio internazionale la guerra in Sudan ha superato i mille giorni di ostilità, portando con sé crisi umanitarie, sfollamenti e decine di migliaia di vittime. Le Nazioni Unite hanno pubblicato un rapporto su uno degli eventi più sanguinosi del conflitto: la presa di El Fasher, capitale del Darfur settentrionale, da parte delle Forze di supporto rapido (RSF). Per conto dell’ONU, una missione internazionale indipendente ha accertato i fatti avvenuti tra il 26 e il 27 ottobre 2025, descrivendoli come «un’operazione pianificata e organizzata secondo le caratteristiche distintive del genocidio», che ha preso di mira le comunità non-arabe. Il riferimento giuridico resta, come per quanto riguarda le indagini [1] sul massacro israeliano in Palestina, la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio.

Per la Convenzione del 1948 si palesa il crimine di genocidio quando «l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso» viene concretizzata attraverso almeno uno dei seguenti atti: «misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro; uccisione di membri del gruppo; lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale». Le ultime tre fattispecie si sarebbero verificate in Sudan per mano dei miliziani delle RSF, nell’ambito della guerra contro l’esercito regolare che va avanti da tre anni. A stabilirlo è la missione indipendente composta da esperti di diritto che le Nazioni Unite avevano attivato per far luce su quanto accaduto a El Fasher nell’ottobre 2025.

Nel rapporto presentato [2] al Consiglio ONU per i diritti umani — dal titolo eloquente “Tratti di genocidio in El Fasher” — la missione di inchiesta ha descritto «la campagna di distruzione, pianificata e dai contorni genocidari, contro le comunità non-arabe» della capitale del Nord Darfur. «L’intento genocidario — si legge nel rapporto — emerge come l’unica conclusione ragionevole alla luce del carattere sistematico delle uccisioni su base etnica, delle violenze sessuali, della distruzione e delle dichiarazioni pubbliche delle RSF che chiedono apertamente l’eliminazione delle comunità non arabe, in particolare Zaghawa e Fur». La presa di El Fasher è stata preceduta da un assedio durato un anno e mezzo, che ha indebolito la popolazione attraverso l’uso della fame come arma, la deprivazione e il trauma fisico e psicologico.

La missione di inchiesta, oltre a documentare i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità commessi dalle RSF, li inquadra dunque in un più ampio contesto genocidario, portando l’ONU a parlare per la prima volta della guerra sudanese in questi termini. Da novembre a gennaio gli esperti hanno intervistato 320 persone, tra vittime e sopravvissuti, raccogliendo diverse testimonianze su uccisioni di massa, torture e violenze sessuali. A tali testimonianze è stata poi affiancata la consultazione di diverse fonti indirette, come rapporti, video e incontri con ong e agenzie presenti sul territorio. La missione d’inchiesta ha denunciato la mancata collaborazione del Sudan, le cui Forze armate rappresentano la controparte in guerra con le RSF. Un silenzio, quello delle istituzioni sudanesi, che fa rumore se si pensa alle accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità rivolte [3] nei mesi scorsi proprio contro l’esercito regolare. Crimini su cui l’ultima missione d’inchiesta non ha potuto indagare: il mandato, affidato dal Consiglio ONU per i diritti umani con la risoluzione S-38/1 del 14 novembre 2025, riguardava esclusivamente i fatti di El Fasher.

La presa della capitale del Darfur settentrionale rappresenta uno degli eventi più sanguinosi della guerra in Sudan, che in tre anni ha comportato la più grave crisi umanitaria al mondo, milioni di sfollati e decine di migliaia di vittime. Mentre sul conflitto soffiano [4] i venti degli interessi globali, i civili pagano le conseguenze maggiori. «Nessun posto del Sudan è salvo dal pericolo di attacchi», ha detto Rosemary Dicarlo, sottosegretaria generale delle Nazioni Unite.

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Salvatore Toscano

Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, per L’Indipendente si occupa di politica, diritti e movimenti. Si dedica al giornalismo dopo aver compreso l’importanza della penna come strumento di denuncia sociale. Ha vinto il concorso giovanile Marudo X: i buoni perché della politica.