Dopo mesi di proclami e rinvii, il governo italiano ha dato il via libera al cosiddetto “decreto energia”. Si tratta di un pacchetto di misure del valore di circa 3 miliardi di euro, approvato con l’obiettivo dichiarato di ridurre il costo delle bollette per nuclei familiari e imprese nel nostro Paese, che attualmente sconta un costo dell’energia strutturalmente più alto rispetto ad altre nazioni europee. Il testo combina bonus una tantum per le famiglie più vulnerabili e interventi più massicci per il gli attori dell’universo produttivo. In realtà, come testimoniano anche le reazioni degli operatori, il quadro è meno trionfalistico di come il governo vuole farlo apparire: tra misure tampone, coperture creative e riforme dalla dubbia efficacia, il provvedimento in questione appare lontano dal rappresentare la soluzione strutturale auspicata.
Per quanto concerne le famiglie, il potenziamento del bonus sociale rappresenta l’intervento cardine del provvedimento [1]. I circa 2,7 milioni di nuclei con Isee inferiore ai 9.796 euro (20mila euro per le famiglie con almeno 4 figli) che già usufruiscono dello sconto di 200 euro potranno ottenere un contributo aggiuntivo di 115 euro per il 2026. Il sostegno totale, dunque, ammonterà a 315 euro. Nel provvedimento compare anche una misura di dubbia efficacia pratica: un invito alle aziende energetiche a praticare uno sconto volontario di almeno 60 euro alle famiglie con Isee fino a 25mila euro, che sono dunque escluse dal bonus sociale. In cambio, le imprese riceverebbero dall’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) un’attestazione – una specie di “benefit di reputazione” – che potrà essere utilizzata per finalità commerciali. Una mossa che però difficilmente potrà tradursi in un reale alleggerimento delle bollette per la cosiddetta fascia media, la quale, pur non trovandosi in condizione di indigenza, patisce fortemente l’impatto del caro-energia. Il resto dei consumatori, infatti, non riceve alcun beneficio diretto dal decreto.
Il capitolo imprese contiene interventi più articolati e con numeri diversi: il decreto stanzia circa 850 milioni per ridurre gli oneri generali di sistema, traducendosi in un minor costo unitario stimato intorno a 6–7 euro per megawattora su alcune fasce di consumo. Il decreto prevede inoltre intervent sul trasporto del gas per settori ad alta intensità energetica e correttivi come l’azzeramento dell’extra prezzo che gravava sul mercato gas italiano (PSV) rispetto al TTF di Amsterdam, con un limite di spesa di 200 milioni. Il risultato che l’esecutivo sostiene [2] di attendersi è un alleggerimento delle bollette per milioni di aziende. I risparmi andrebbero da poche centinaia di euro per piccoli artigiani fino a cifre molto più alte per soggetti gasivori. A finanziare parte delle misure sono però scelte di fiscalità mirata: il provvedimento aumenta l’IRAP per alcune società del settore energetico — una maggiorazione di circa due punti percentuali — e prevede che parte degli oneri sia ricoperta tramite contributi o modifiche agli incentivi. È una soluzione che ha già provocato reazioni negative nelle società di servizi energetici e che solleva questioni sugli effetti a medio termine sugli investimenti nel settore.
Nel decreto sono poi presenti misure sui PPA e le piattaforme pubbliche finalizzate a che l’energia prodotta da fonti rinnovabili venga venduta con contratti a prezzo fisso e stabile nel tempo, così che il suo costo non dipenda più dalle oscillazioni del prezzo del gas. Nello specifico, il provvedimento rafforza garanzie pubbliche per i contratti di lunga durata e chiama in causa soggetti come il GSE e l’Acquirente Unico per facilitare accordi tra produttori rinnovabili e acquirenti industriali. Si tratta di misure utili per la stabilità dei prezzi nel medio-lungo periodo, ma i loro effetti richiederanno anni e l’adesione delle imprese per produrre impatti significativi.
Uno dei punti più dibattuti del testo concerne il trattamento dei costi delle emissioni di CO2, i cosiddetti ETS. Il decreto prevede di rimborsare ai produttori termoelettrici a gas il costo delle quote di emissione (circa 25 euro a megawattora), con l’obiettivo di abbassare il prezzo all’ingrosso dell’elettricità. Una soluzione che, a detta del governo Meloni, varrebbe da sola 5 miliardi di euro di risparmi. Come evidenziato da più parti, però, vi è il forte rischio che tale sistema si tramuti in un sostegno indiretto ai produttori di gas, trasferendo in bolletta i costi del sistema ETS e facendoli gravare su nuclei familiari e imprese. Il think tank ECCO parla [3] di una cifra compresa tra 3 e 4 miliardi di euro che verrebbe socializzata, senza alcuna garanzia che i produttori riflettano il rimborso nel prezzo finale.
Certo è che le critiche stanno arrivando da più parti. Le aziende energetiche vedono aumentare le tasse sul loro giro d’affari, mentre i produttori di rinnovabili sottolineano la mancanza di interventi strutturali per il settore, paventando il rischio che la riduzione del prezzo dell’energia, ottenuta artificialmente, vada a erodere i loro margini. Molte associazioni ambientaliste, WWF in primis, fanno notare il pericolo che si ribalti il principio del “chi inquina paga” a spese delle famiglie. Confartigianato e Confcommercio, pur rappresentando le imprese che dovrebbero beneficiare del decreto, giudicano le misure per le micro e piccole imprese ancora insufficienti.