In fatto di potere e prestigio «non c’è mai stato nulla di vicino a qualcosa del genere». Così Trump ha presentato il Board of Peace, davanti una platea di “osservatori”, tra cui spicca la presenza della Commissione Europea – criticata da Macron – e quella dell’Italia, con il ministro degli Esteri Tajani. La riunione inaugurale [1] tenutasi ieri, 19 febbraio, a Washington, si è concentrata sul piano di pace per Gaza, la prima missione del Board: durante la conferenza stampa, Trump ha annunciato lo stanziamento di 17 miliardi per la ricostruzione della Striscia, l’invio di soldati per la costituzione della forza di pace internazionale e l’avvio del programma di formazione della polizia civile. «Non esiste un piano B», ha detto perentorio il Segretario di Stato Rubio, mentre Trump ha rilanciato il ruolo della sua nuova istituzione, che avrebbe il compito di «vigilare l’ONU», e a cui prevede che tutti, anche i più «furbi», finiranno per aderire.
I toni del debutto del Board of Peace sono stati analoghi a quelli dei comizi a cui Trump ci ha abituati sin dalla sua discesa in politica, con playlist da spiaggia, battute, e volti sorridenti. Il presidente ha raggiunto il palco dove sarebbe stata scattata la foto con tutti i partecipanti sulle note della celebre Gloria di Umberto Tozzi – o meglio, della versione inglese nota internazionalmente cantata da Laura Branigan; la conferenza stampa, invece, si è chiusa con l’ormai immancabile YMCA, marchio di fabbrica della campagna elettorale di Trump. A farla da padrona è stata proprio la conferenza stampa. Trump ha esordito celebrando il presunto successo del Board of Peace, a cui partecipano «i più grandi leader mondiali», per poi scoccare qualche freccia contro gli altri leader – evidentemente considerati da Trump meno prestigiosi – che stanno «giocando un po’», «facendo i furbi», ma che prima o poi, a detta del presidente, aderiranno al Corpo. Trump ha detto che Cina e Russia verranno coinvolte nel processo di pace e che proverà a organizzarsi con l’ONU, sostenendo che le Nazioni Unite abbiano del «potenziale», e che da ora in avanti sarà compito del Board of Peace «vigilare» su di esse.
Gli annunci sul piano per Gaza sono stati diversi, ma gli elementi sono ancora in fase di definizione. Sul piano dei finanziamenti, Trump ha annunciato che gli Stati Uniti stanzieranno 10 miliardi di dollari per ricostruzione e aiuti, che andranno ad aggiungersi a ulteriori 7 miliardi versati da parte degli alleati: 1,2 miliardi dagli Emirati Arabi Uniti, 1 miliardo dall’Arabia Saudita, 1 miliardo dal Kuwait, e non precisati contributi economici da Azerbaigian, Bahrein, Qatar, Kazakistan, Marocco e Uzbekistan. Secondo la stampa internazionale [2], dovrebbero arrivare altri 2 miliardi dall’ONU; infine, Gianni Infantino, il presidente della FIFA, la maggiore confederazione calcistica mondiale, ha annunciato lo stanziamento di 750 milioni per la costruzione di stadi e impianti nel settore sportivo. La cifra totale si aggira attorno ai 20 miliardi, ma non è chiaro quanti di questi soldi verrebbero utilizzati per i lavori e quanti per gli aiuti umanitari; all’annuncio della tregua [3] di ottobre, la Banca Mondiale [4] aveva stimato che la ricostruzione sarebbe costata almeno 67 miliardi di dollari, e nei mesi Israele non ha mai fermato le aggressioni. Sebbene sia un inizio, insomma, la strada appare ancora in salita.
Altro punto cardine della conferenza stampa è stata la costituzione del corpo internazionale per la pace, la cosiddetta Forza di Stabilizzazione Internazionale (ISF). A essa parteciperanno Albania, Kazakistan, Kosovo, Indonesia e Marocco; il comando sarà affidato al generale statunitense Jasper Jeffers, mentre il comando in seconda spetterà all’Indonesia, che ha annunciato [5] di essere disposta a inviare 8.000 soldati. Secondo un piano visionato dal quotidiano britannico The Guardian [6], il Board avrebbe concordato di costruire una base militare per 5.000 soldati. I piani esaminati dal Guardian prevedono la costruzione graduale di un avamposto militare che fungerebbe da base centrale dell’ISF, dalla superficie di 1.400 metri per 1.100 metri; la base sarebbe circondata da 26 torri di guardia blindate montate su rimorchi, un poligono di tiro per armi leggere, bunker e un magazzino per l’equipaggiamento militare per le operazioni, il tutto posto entro un perimetro di filo spinato. Il luogo individuato per la costruzione della base è una «arida distesa di pianura nel sud di Gaza, disseminata di cespugli di atritolo e ginestre bianche e di lamiere danneggiate a causa di anni di bombardamenti israeliani».
Non è chiaro quale sarebbe l’effettivo ruolo sul campo dell’ISF, né quali sarebbero le regole di ingaggio nel caso di avvicinamenti sospetti; pare tuttavia certo che le truppe contribuiranno alla formazione della forza di polizia civile gazawi, che secondo quanto riportano i media internazionali [7] avrebbe finora raccolto 2.000 richieste di adesione. L’obiettivo è quello di formare 12.000 agenti e schierare 20.000 soldati. Il ministro degli Esteri Tajani ha affermato che l’Italia sarebbe pronta a contribuire alla formazione degli agenti. Lo stesso Tajani era presente alla riunione di ieri, per rappresentare l’Italia in qualità di Paese osservatore. In patria è stato parecchio contestato dalle opposizioni, che si sono appellate all’Articolo 11 della Costituzione, che sostiene che l’Italia promuove l’adesione alle organizzazioni internazionali “in condizioni di parità con gli altri Stati”, condizione che secondo lo Statuto [8] del Board verrebbe meno. Macron ha lanciato analoghe critiche nei confronti della Commissione Europea, ricordando che la decisione di inviare un “osservatore” non è stata concordata dal Consiglio.