Ventiquattro volte in cinquanta giorni, per una media di quasi una volta ogni 48 ore. È il numero di episodi in cui, in questo primo mese e mezzo inoltrato di 2026, è stato necessario alzare il Mose, la barriera artificiale di contenimento della marea a Venezia. Ogni sollevamento del muro costa una cifra stimata tra i 200mila e i 300mila euro; dall’inizio dell’anno, dunque, sono stati spesi circa 5 milioni di euro. «Un quadro senza precedenti» commenta Alvise Papa, responsabile del Centro Maree, l’ente che monitora i livelli di marea a Venezia, lamentando l’aumento dei casi di acqua alta negli ultimi due mesi. Dall’inizio del 2026 si sono registrate più volte maree superiori ai 100 centimetri sul livello medio del mare, nonostante – almeno in teoria – il periodo dell’anno coincida con le maree più basse. Particolarmente soggetta ad allagamenti è Piazza San Marco, il punto più basso della città, che per finire sott’acqua necessita di soli 80cm di marea.
Nelle varie interviste rilasciate, Alvise Papa descrive il fenomeno dell’alta marea che si sta registrando quest’anno come un record senza precedenti. I casi di alta marea hanno iniziato a verificarsi dallo scorso 28 gennaio, e da allora si sono presentati con regolarità; il Mose, di preciso, si alza solo se la marea raggiunge i 100/110 centimetri, ma ci sono diverse zone che si trovano a un’altezza inferiore di tale soglia. Il risultato è stato il continuo allagamento di queste stesse aree, come la zona vicino al Ponte di Rialto, le fondamenta delle Zattere, o piazza San Marco. In alcune delle zone più frequentate da turisti, inoltre, a causa del Carnevale, è stato sospeso il servizio delle passerelle – le lastre sopraelevate che vengono posizionate nelle aree allagate per evitare di camminare sull’acqua; tale celebrazione è infatti uno dei tanti momenti di picco turistico per la città lagunare, e le passerelle, sebbene permettano di camminare nelle zone dense di acqua, rallentano notevolmente il flusso pedonale, rischiando di incagliare il traffico nelle calli – i piccoli vicoli veneziani. Questo ha reso ancora più impraticabile il passaggio da certe aree, con un impatto diretto sulle attività locali.

Il fenomeno dell’alta marea di questi ultimi giorni, sebbene straordinario, non va preso come un evento isolato. Nel corso dei suoi vari interventi, Papa ha spiegato che oggi basta molto meno per allagare certe aree della città: se fino a una ventina di anni fa le zone più basse di Venezia finivano sott’acqua solo con il presentarsi all’unisono di diversi fattori meteorologici, oggi basta qualche episodio di precipitazioni moderate, perché il livello medio del mare si è alzato. «La natura ci sta lanciando un avvertimento. Ci sta dicendo che il livello medio del mare, dovuto ai cambiamenti climatici, è così alto che bastano piccole perturbazioni per allagare la città», ha detto Papa, ripreso da media locali. «Dobbiamo cominciare a pensare seriamente a cosa succederà fra 20-30 anni: in futuro eventi simili saranno sempre più frequenti, specie in autunno».
Il modello del Mose, insomma, non sembra affatto funzionare. Il Mose è una diga mobile che copre le tre bocche che separano il demanio lagunare dal mare: quella del Lido, quella di Malamocco, e quella di Chioggia. È composto da 4 barriere, costituite a loro volta da 78 paratoie, sorte di rettangoli metallici con una larghezza che va dai 18 ai 29 metri, che si abbassano e si alzano dal fondo del mare per via di un meccanismo di immissione di aria compressa ogni qualvolta ce ne sia il bisogno. Le paratoie sono attaccate a enormi lastre di cemento poste sul fondale. L’opera – assieme agli elementi collaterali – è costata fino a ora circa 6,7 miliardi di euro, e lo scorso dicembre [1] ha comportato uno scostamento di altri 41 milioni, richiesti per la gestione ordinaria, le manutenzioni e le operazioni di salvaguardia. Ogni volta che viene sollevato costa tra i 200mila e i 300mila euro.

Se da una parte il sollevamento del Mose [2] salvaguarda la città, dall’altra comporta diversi effetti indiretti sull’economia e la quotidianità della città lagunare, colpendo diverse attività, prime fra tutte quelle portuali. Dalla bocca di Malamocco, infatti, passa la rotta verso Porto Marghera, la principale infrastruttura portuale della laguna. Questo significa che, sollevando la barriera, il traffico marittimo viene momentaneamente interrotto, con un effetto sui lavori presso il porto e sul commercio lagunare. Un’altra attività danneggiata è quella della pesca, mentre diversi servizi cittadini finiscono spesso per non venire realmente tutelati dall’alta marea, perché ruotano attorno ad aree che – come Piazza San Marco – risultano inagibili ben prima della soglia di sollevamento delle paratoie: è il caso dei servizi di trasporto su battello o del passaggio di mezzi di soccorso e intervento nei canali più interni.
Tra i vari elementi contestati al Mose vi sono anche quelli di natura ambientale [3]. Diverse associazioni [4] denunciano gli effetti del sollevamento della barriera – oltre che la sua stessa presenza con lastre di cemento sul fondale – sulla salute dell’ecosistema lagunare, sostenendo che esso provochi danni alla flora e alla fauna locali, arrivando a modificarne temporaneamente il regime idrodinamico. A tutto questo si aggiunge il dubbio che tale modello possa effettivamente sopravvivere davanti all’innalzamento dei livelli medi del mare, come sottolineato dallo stesso Papa. Insomma, secondo i detrattori, se in diverse occasioni il Mose è finito per salvare la città dall’allagamento, in altrettante non è stato sollevato per tempo o ha provocato impatti di ritorno considerevoli, mentre in futuro non è detto che funzionerà: secondo alcune previsioni della NASA [5] seppur considerando tutte le variabili del caso, in Italia il livello dei mari è destinato a salire tra i 40 e i 90 centimetri entro il 2100; a tal proposito, gli esperti ritengono che se solo il livello del mare si alzasse di 30 cm, il Mose entrerebbe in funzione almeno una o due volte a settimana, rendendo di fatto insostenibile la vita in città.