Sono ripresi ieri a Ginevra i negoziati tra Stati Uniti e Iran per trovare un accordo sul nucleare iraniano e smorzare le profonde tensioni che caratterizzano le relazioni tra i due Stati. All’incontro erano presenti i negoziatori statunitensi, Steven Witkoff e Jared Kushner – il genero di Donald Trump – e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Quest’ultimo, dopo i colloqui, ha affermato che è stato raggiunto un «accordo generale su alcuni principi di base», e che entrambe le parti hanno concordato di confrontare le bozze di una possibile intesa. Da parte loro, invece, gli Stati Uniti non hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali. Nonostante i colloqui, un documento finale che accontenti entrambe le parti sembra ancora lontano e gli Stati Uniti intensificano le minacce militari contro la Repubblica islamica, ammassando navi da guerra al largo delle coste iraniane. In risposta, l’Iran ha intrapreso esercitazioni militari, chiudendo temporaneamente lo Stretto di Hormuz, centrale per i traffici marittimi, e sembra poter contare sull’appoggio della Cina, interessata a proteggere un alleato strategico evitando che si ripeta lo schema messo in atto in Venezuela dagli USA lo scorso gennaio.
Durante i negoziati – mediati dall’Oman – gli USA hanno avanzato tre richieste all’Iran: oltre allo smantellamento del programma nucleare e all’eliminazione delle sue scorte di uranio arricchito, Washington pretende la riduzione della quantità e della gittata dei missili balistici a disposizione degli ayatollah e la fine del sostegno economico e militare che la Repubblica islamica fornisce alle milizie alleate in altri paesi del Medio Oriente – il cosiddetto “asse della resistenza” – tra cui Palestina, Libano e Yemen. Secondo [1] l’agenzia di stampa Reuters, l’Iran è disposto a discutere solo di limitazioni al suo programma nucleare, in cambio di una revoca delle sanzioni, non rinunciando, invece, al suo programma missilistico né completamente all’arricchimento dell’uranio. La guida suprema della Repubblica islamica, Ali Khamenei, ha sottolineato che il formidabile arsenale missilistico iraniano non è negoziabile e che il tipo e la gittata dei missili non hanno nulla a che fare con quelli statunitensi. Questa settimana un alto funzionario iraniano ha detto che il successo delle trattative dipende dal realismo delle richieste che avanzeranno gli Stati Uniti e dalla loro affidabilità nel revocare le pesanti sanzioni che danneggiano l’economia iraniana. Il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr al-Busaidi, ha scritto in un post sui social media che «c’è ancora molto lavoro da fare», ma che l’Iran e gli Stati Uniti hanno «chiari i prossimi passi da compiere».
Accettando tutte le richieste statunitensi, il regime degli ayatollah sarebbe estremamente vulnerabile e facile oggetto di un cambio di regime. Del resto, è questo uno degli obiettivi dell’amministrazione statunitense, non nascosto dal presidente Donald Trump. Infatti, quando la stampa gli ha chiesto se volesse il crollo del regime iraniano, lui ha risposto: «Questo sarebbe il risultato migliore». I negoziati sul nucleare con la Repubblica islamica sono cominciati ormai oltre dieci anni fa: già nel 2015 era stato raggiunto uno storico accordo in tal senso che, però, fu annullato dallo stesso Trump – su pressione di Israele – durante il suo primo mandato nel 2018. Anche l’anno scorso si era fatto un primo passo nella ripresa dei negoziati, interrotti però a giugno dal bombardamento dei siti nucleari iraniani da parte di Israele, a cui si unirono successivamente anche i bombardieri americani B-2.
Al momento, lo scenario appare simile, in quanto mentre da un lato sono in corso i negoziati, dall’altro gli USA schierano le loro forze navali nel mar Arabico. Davanti alle coste dell’Oman, sono già presenti decine di navi da guerra insieme alla portaerei USS Abraham Lincoln, che trasporta 90 caccia e un equipaggio di quasi 6.000 persone. Trump ha inoltre ordinato a un’altra portaerei, la USS Gerald R. Ford, di spostarsi verso il Medio Oriente. Il dispiegamento delle portaerei è stato confermato [2] dal Pentagono al New York Times, ma lo schieramento dei mezzi statunitensi è stato anche rilevato dai satelliti cinesi della Mizar Vision (Mv): le immagini mostrano la posizione delle batterie di difesa aerea nei pressi delle basi americane di Muwaffaq Salti (Giordania) e di Ali Al Salem (Kuwait) e di almeno 16 aerei di rifornimento strategico sulle piste della base di Al Udeid (Qatar). Il che indica almeno due cose importanti: da un lato, che l’Iran può fare affidamento sulla Cina, che a sua volta conosce le posizioni degli avversari; dall’altro che il Dragone sta rapidamente sfidando il monopolio degli Stati Uniti nello spazio, poiché i nuovi satelliti di telerilevamento hanno consentito a Pechino di monitorare le risorse militari americane a livello globale. Come riporta [3] Newsweek, negli ultimi due anni la Cina ha aggiunto oltre 400 satelliti, di cui più della metà è in grado di tracciare oggetti sulla Terra.
Al momento le trattative tra Stati Uniti e Iran sono, dunque, caratterizzate da atteggiamenti ambivalenti e appaiono sicuramente lontane da un accordo che possa scongiurare un confronto militare diretto, mentre la volontà di Washington di ribaltare il regime iraniano per insediare un governo confacente agli interessi di Washington è sempre più chiara. In tal modo, la potenza a stelle e strisce indebolirebbe anche Russia e Cina che trovano nell’Iran un importante alleato nella regione. Per questo, un eventuale attacco statunitense alla Repubblica islamica non esclude un ampliamento pericoloso del conflitto. Se, da un lato, Trump ha affermato di non credere che gli esponenti del governo iraniano «vogliano affrontare le conseguenze del mancato accordo», dall’altro, Khamenei ha avvertito che qualsiasi tentativo degli Stati Uniti di deporre il suo governo fallirebbe.