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Il sito pirata che ha rubato tutte le canzoni di Spotify

«Il furto sfacciato di milioni di file, contenenti la quasi totalità delle registrazioni sonore commerciali del mondo, ad opera di un gruppo di pirati informatici anonimi privi di alcuno scrupolo nei confronti della legge».

Si apre così il documento [1] con cui Spotify ha formalmente accusato il sito pirata Anna’s Archive di aver rubato dal proprio database una quantità impressionante di musica. 86 milioni di brani, per la precisione.

La vicenda è emersa ufficialmente nel dicembre scorso, quando i gestori del sito, già noto per ospitare la più grande “biblioteca ombra” del mondo digitale, hanno annunciato l’intenzione di creare un  “archivio di conservazione” musicale accessibile a tutti. Secondo quanto dichiarato, l’archivio includerebbe la stragrande maggioranza delle tracce presenti su Spotify, complete di album, copertine, metadati e informazioni sugli artisti. In pratica tutto, tranne la pubblicità. La risposta di Spotify è stata immediata. Insieme ai tre principali gruppi discografici statunitensi, Warner Music Group, Sony Music Entertainment e Universal Music Group, la piattaforma ha presentato una denuncia presso la corte distrettuale di New York. Il primo risultato è stato che a gennaio il giudice ha emesso un’ingiunzione preliminare che ha bloccato il dominio principale di Anna’s Archive, rendendolo di fatto inaccessibile. Un problema che in realtà è stato risolto rapidamente dagli amministratori del sito, che hanno creato nuovi domini appoggiandosi a server collocati fuori dagli Stati Uniti e sono tornati online nel giro di pochi giorni. D’altronde, come già detto da Spotify, sono “pirati informatici”.

La più grande piattaforma di streaming al mondo è quindi passata alle maniere forti, chiedendo come risarcimento una cifra vagamente intimidatoria: 13mila miliardi di dollari.

Forse è il caso di scriverlo due volte: 13MILA MILIARDI di dollari.

I responsabili di Anna’s Archive non hanno fornito alcuna risposta formale alla denuncia (d’altronde sono “anonimi”) e nei primi giorni di febbraio hanno rilanciato rendendo disponibile su torrent un primo blocco di 2,8 milioni di brani sottratti a Spotify (d’altronde, sono “privi di alcuno scrupolo”).

 L’aria innocente da vecchio blog per un attacco informatico senza precedenti

Case discografiche e tribunali contro il web che ruba le canzoni e le distribuisce gratis: sembra di essere tornati di colpo nel 2001.

A luglio di quell’anno una sentenza federale aveva obbligato Napster, il principale portale per lo scambio di musica online, a chiudere i battenti, segnando di fatto la fine della prima grande battaglia legale sul tema della protezione del diritto d’autore sul web. Proprio in quel periodo, negli Stati Uniti, i membri di una band allora semisconosciuta chiamata Wilco stavano completando la registrazione del loro quarto disco in studio, Yankee Hotel Foxtrot, ma avevano un problema: la loro casa discografica non voleva pubblicarlo. Il motivo era ancora una volta legato alla pirateria online. Le etichette avevano perso moltissimi soldi da quando Napster era entrata in attività e, di conseguenza, erano diventate molto più prudenti nella pubblicazione dei dischi. Il nuovo lavoro dei Wilco, che sperimentava sonorità diverse rispetto al passato, non era considerato commercialmente interessante e la loro casa discografica, la Reprise Records, temeva che non sarebbe stato un buon affare. A complicare le cose è arrivato l’11 settembre e il crollo delle Torri Gemelle. In quel clima da psicodramma collettivo, nessuno negli uffici della Reprise riteneva saggio far uscire un disco che includeva una traccia dal titolo “Ashes of American Flags”.

A quel punto, i Wilco decisero di lasciare la loro casa discografica per tentare di pubblicare il disco da soli, ma si trovarono in trappola: le canzoni, registrate a spese della Reprise, non erano legalmente di loro proprietà, bensì della etichetta. In pratica erano una band che voleva pubblicare un album che non possedeva. La salvezza arrivò inaspettatamente dal web. Jeff Tweedy, il leader della band, raccontò pubblicamente tutta la vicenda, condividendo con i fan i retroscena del rifiuto dell’etichetta e della battaglia legale. In poco tempo si formò online un ampio movimento di protesta che chiedeva alla Reprise di restituire i brani ai Wilco, in modo che potessero finalmente pubblicarli. In pratica una delle prime shitstorm della storia della musica. Alla fine l’etichetta cedette alle pressioni e rinunciò ai diritti sul disco. I Wilco a quel punto fecero un’altra mossa inaspettata: misero l’album in ascolto gratuito sul loro sito web, come modo per ringraziare tutti i fan che li avevano sostenuti nella loro battaglia.  

Fu probabilmente la scelta che cambiò per sempre la carriera dei Wilco. 

In pochi giorni, centinaia di migliaia di persone si collegarono al sito per ascoltare il disco in streaming, creando una promozione senza precedenti. Poche settimane dopo, i Wilco trovarono un accordo con una nuova casa discografica, la Nonesuch Records, e diedero finalmente l’album alle stampe. Nonostante molti lo avessero già ascoltato gratuitamente, Yankee Hotel Foxtrot fu anche un successo commerciale, arrivando al 13° posto nella classifica degli album più venduti. Nel 2020, la rivista Rolling Stone lo ha inserito al 225° posto nella classifica dei 500 dischi più belli di tutti i tempi, consacrandolo come uno degli album più influenti della musica americana contemporanea.

Ora siamo nel 2026. L’industria musicale non ha più nulla a che vedere con quella del 2001. Sono cambiate le regole, i modelli di vendita, le modalità di ascolto. Eppure certe tensioni restano le stesse. Spotify ha intentato una causa contro un sito pirata chiedendo un risarcimento di 13mila miliardi di dollari. Una cifra che fa girare la testa. Come ci sono arrivati? Stimando un valore di 150 mila dollari per ogni singola traccia e moltiplicandolo per il numero totale dei brani sottratti: 86 milioni. Viene da chiedersi se nei calcoli ci siano finite anche le tracce di Yankee Hotel Foxtrot. E cosa ne pensano i Wilco, che crearono il loro successo proprio grazie alla distribuzione gratuita delle loro canzoni.

Una di queste in particolare, uscita poco dopo l’11 settembre e giudicata dalla Reprise Records “non abbastanza forte” per essere un singolo, parla di torri che tremano.

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Fulvio Zappatore

Nato a Cesena nel 1984, muove i primi passi nel giornalismo scrivendo articoli per la stampa locale. Dopo la laurea in Storia contemporanea diventa professionista e inizia a dedicarsi anche al giornalismo televisivo. Per L’Indipendente scrive di musica ed è corrispondente dall’Emilia-Romagna.