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In Italia i soldi ci sono, ma vanno tolti ai ricchi

Nel nostro Paese ci sono 79 persone che solo nel corso del 2025 hanno aumentato le loro ricchezze complessivamente di 54 miliardi di euro. Per noi che non facciamo parte del ristrettissimo club dei super-ricchi è essenziale provare a capire quanti diavolo siano 54 miliardi di euro, perché nemmeno sappiamo immaginarceli. Solo per fare un esempio, con quei soldi si potrebbero fare tutte insieme queste cose: rendere di nuovo realmente gratuito ed efficiente il sistema sanitario nazionale (costo stimato 30 miliardi l’anno); reintrodurre il reddito di cittadinanza (costava 8 miliardi l’anno); costruire 150mila alloggi pubblici per risolvere l’emergenza abitativa e avanzerebbero ancora un paio di miliardi, sufficienti, ad esempio, a rendere completamente gratuita l’università o, se preferite, a mettere in sicurezza le aree della nazione più esposte a alluvioni e eventi climatici estremi. I soldi che basterebbero a fare tutto questo, invece, sono finiti nelle tasche di appena 79 persone, che già erano ricchissime e ora lo sono ancora di più. Non è un caso, ma una tendenza consolidata: tra il 2010 e il 2025, il 91% dell’incremento della ricchezza nazionale è andato al 5% più ricco della popolazione, mentre tutti gli altri italiani si sono impoveriti.

Quando i politici dicono che non possiamo più permetterci lo Stato sociale di un tempo, perché il Paese non produce abbastanza ricchezza, mentono sapendo di mentire. Non è vero, nella maniera più assoluta. Solo nell’ultimo anno la ricchezza complessiva detenuta in Italia è aumentata di 266 miliardi di euro: i soldi ci sono quanto e più che in passato, solo che se li tengono pochissimi privilegiati. E questo non è accaduto per caso, ma è stato l’ovvio risultato di un disegno politico che ha coinvolto quasi tutti i governi che si sono alternati in Italia, che hanno progressivamente abbassato le tasse ai ricchi e le hanno alzate a tutti gli altri: quando in Italia venne introdotta l’aliquota IRPEF per le imposte sul reddito, era il 1972, la fascia più bassa pagava il 10%, quella più alta il 73%, oggi chi guadagna meno paga il 23% (più del doppio), mentre chi guadagna di più paga il 43% (quasi la metà). Lo stesso è avvenuto sulle tasse di successione: un tempo i lasciti delle persone comuni erano privi di tasse, mentre i più ricchi pagavano il 23%, oggi tutti quanti pagano il 4%: la stessa tassa sull’eredità per la famiglia Elkann e per l’operaio che, al termine di una vita di sacrifici, lascia pochi risparmi ai figli.

Non è tutto: in un’economia sempre più collegata alla finanza è andato a farsi benedire anche il principio base con il quale si giustificano da sempre le disuguaglianze proprie dei sistemi capitalistici, cioè che i ricchi servono a dare lavoro a tutti gli altri. Prendiamo ad esempio il secondo uomo più ricco d’Italia: si chiama Andrea Pignataro, 55 anni, bolognese di nascita, broker di formazione; di mestiere compra e vende azioni, raccoglie capitali e poi li investe in partecipazioni in aziende, banche, società di capitali. Così ha messo da parte un patrimonio di 26 miliardi di euro, aumentato di uno scandaloso 146% solo nell’ultimo anno. Dà lavoro a una manciata di persone, ha spostato la propria residenza a Saint Moritz, garantendosi tasse bassissime e il segreto bancario svizzero, mentre la società attraverso la quale controlla le proprie attività, la Bessel Capital, ha sede nel paradiso fiscale del Lussemburgo. Praticamente all’Italia non dà un euro e alcuni anni fa, quando la procura di Bologna aprì un fascicolo su di lui per aver evaso tasse per 1,2 miliardi di euro, il tutto finì con un accordo con il quale si impegnò a versare all’Agenzia delle Entrate appena 280 milioni: un ricco, in Italia, in buona sostanza, può rubare oltre un miliardo e poi, una volta scoperto, restituirne meno di un quarto e mantenere la fedina penale perfettamente pulita.

Quando i media dominanti vi parlano di tagli necessari perché non ci sono i soldi, non fanno altro che ripetere consapevolmente la bugia che rende digeribile questa rapina che toglie a tutti per dare a pochissimi. Anche questo è uno dei frutti del sistema malato dell’informazione che abbiamo in Italia. Noi continuiamo a lavorare per smontarlo. 

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Andrea Legni

Giornalista professionista dal 2013, autore di documentari, reportage e inchieste pubblicate sui principali quotidiani italiani. È cofondatore e direttore de L’Indipendente.