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Gaza: Israele avrebbe ucciso e dissolto 2842 palestinesi usando bombe termiche

2.842 persone “evaporate”, dissolte nell’aria grazie all’utilizzo di armi micidiali, le cosiddette bombe termobariche: funzionano disperdendo intorno a sé una nube di combustibile che prende fuoco e crea un effetto vuoto, annientando tutto ciò che le circonda in pochi secondi. Israele ne avrebbe fatto un largo uso nel corso della sua aggressione a Gaza, anche contro la popolazione civile. Lo riporta un’approfondita inchiesta di Al Jazeera [1], che si è basata sul lavoro portato avanti dalla Protezione Civile. «Se una famiglia ci dice che dentro una casa c’erano cinque persone e noi recuperiamo solo tre corpi intatti, consideriamo i restanti due come ‘evaporati’ solo dopo che una ricerca approfondita non ha prodotto altro che tracce biologiche: schizzi di sangue sui muri o piccoli frammenti come scalpi» ha spiegato al quotidiano il portavoce della Protezione Civile di Gaza.

“The Rest of the Story” (Il resto della storia). Si intitola così l’inchiesta dell’emittente qatariota sul presunto utilizzo di bombe termobariche – spesso chiamate bombe a vuoto o aerosol – da parte di Israele. L’indagine è stata condotta in concerto con la Protezione Civile gazawi, e raccogliendo testimonianze locali e voci di esperti forensi, militari e legali di tutto il mondo. Il quotidiano cita Vasily Fatigarov, esperto militare russo che ha spiegato che «le termobariche non si limitano a uccidere», ma «annientano la materia». A differenza delle classiche bombe, esse «disperdono una nube di combustibile che si infiamma creando un’enorme palla di fuoco e un effetto vuoto». La miscela chimica che compone l’esplosivo, ha commentato l’esperto, è arricchita di polveri di alluminio, magnesio e titanio per aumentare la temperatura e prolungare il tempo di esplosione. L’effetto è quello di una «temperatura dell’esplosione tra 2.500 e 3.000 gradi Celsius». L’esposizione a simili temperature per il corpo umano, composto per circa l’80% da acqua, sono dirette: «Quando un corpo è esposto a un’energia superiore a 3.000 gradi, combinata con una pressione e un’ossidazione massicce, i fluidi bollono all’istante», ha spiegato il dottor Munir al-Bursh, direttore generale del Ministero della Salute palestinese a Gaza; «I tessuti vaporizzano e si trasformano in cenere. È chimicamente inevitabile».

Le bombe che Israele avrebbe utilizzato sarebbero di fabbricazione statunitense. L’indagine di Al Jazeera ne ha identificate tre: la bomba non guidata MK-84Hammer”, ordigno da 900 chilogrammi carico di tritonal (miscela composta all’80% da TNT e al 20% da alluminio) capace di toccare temperature di 3.500 gradi centigradi; la potenza distruttiva di tale bomba è tale da generare crateri ampi 15 metri di larghezza e 11 di profondità e uccidere la maggior parte delle persone entro i 35 metri di distanza, con una frammentazione letale entro un raggio di 400 metri; l’utilizzo di questa bomba da parte di Israele è ipotizzato anche dall’agenzia di stampa Reuters [2] tramite suoi operatori sul campo e analisi di esperti. C’è poi la BLU-109 bunker buster, che sarebbe stata utilizzata – come la Mark-84 – in un attacco ad al-Mawasi, campo profughi nel sud della Striscia denominato zona sicura; l’ordigno, spiega l’inchiesta, presenta un involucro in acciaio e una miccia ritardata, che si interra prima della detonazione. Chiude la lista la bomba GBU-39, esplosivo planante di precisione progettato per «mantenere relativamente intatta la struttura dell’edificio, distruggendone al contempo tutto il contenuto», osserva Fatigarov. «Uccide attraverso un’onda di pressione che lacera i polmoni e un’onda termica che incenerisce i tessuti molli». La Protezione Civile ne ha trovato frammenti nei luoghi in cui ha rilevato la scomparsa dei corpi.

L’utilizzo delle armi termobariche è da tempo discusso in sedi istituzionali per via della loro portata distruttiva. Essendo armi di precisione, il loro utilizzo è consentito, ma secondo molti esperti [3] dovrebbero essere limitate – se non vietate – a causa della loro composizione e dei loro effetti indiretti. Esse, rimarcano gli esperti, pongono sfide legali nell’ambito del Regolamento dell’Aja relativo alle leggi e agli usi della guerra terrestre allegato alla Convenzione dell’Aja del 1907; al Protocollo di Ginevra del 1925 sul gas; al Protocollo del 1980 sui divieti e le restrizioni all’uso di armi incendiarie; alla Convenzione sui divieti o le restrizioni all’uso di alcune armi convenzionali che possono essere considerate eccessivamente dannose o avere effetti indiscriminati sulla popolazione; e alla Convenzione sulle armi chimiche del 1993. Riguardo a quest’ultima, rischiano di rientrare in quegli ordigni «il cui effetto primario è quello di ferire mediante frammenti che nel corpo umano sfuggono al rilevamento tramite raggi X»; tali bombe possono inoltre rientrare indirettamente nella categoria di arma chimica poiché, sebbene non direttamente impiegate per soffocare o avvelenare i bersagli, esse rimuovono l’ossigeno nelle aree in cui vengono utilizzate.

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Dario Lucisano

Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.