Nel tardo pomeriggio di lunedì 26 gennaio, nel quartiere milanese di Rogoredo, Abderrahim Mansouri è stato ucciso da un colpo d’arma da fuoco sparato da un agente di polizia. La sparatoria è avvenuta all’interno di una piccola area boschiva nei pressi della rotonda di Via Impastato, dove l’agente – volto noto nel quartiere – si era introdotto assieme a un collega. Trovato Mansouri assieme a una seconda persona, si è identificato come poliziotto, facendo fuggire quest’ultima; la vittima, invece, avrebbe tirato fuori una pistola – poi rivelatasi essere a salve – e l’avrebbe puntata contro l’agente, che, per «paura», ha sparato, colpendolo in fronte e uccidendolo. Sono diverse le cose che non tornano da questa versione, fornita dallo stesso poliziotto: da una prima autopsia sul corpo del ragazzo, pare che egli non sia stato colpito in fronte, bensì sul lato della testa; le rilevazioni preliminari sulla sua pistola, inoltre, non presentano impronte digitali, suggerendo che Mansouri non abbia mai impugnato l’arma.
Non è ancora chiaro cosa sia esattamente successo il pomeriggio del 26 gennaio in Rogoredo. Secondo la versione fornita dall’agente, ripresa dai media, egli sarebbe arrivato sul posto in borghese dopo avere effettuato un appostamento; all’entrata del boschetto avrebbe trovato dei colleghi che avevano appena fermato un uomo e sarebbe entrato con un secondo agente nella piccola area verde, centro di spaccio della città meneghina, attraversandola con il cappuccio in testa in modo da non farsi riconoscere: «A un certo punto da lontano vedo due figure che si avvicinavano verso di noi», avrebbe messo a verbale, subito dopo la sparatoria; «uno l’ho perso di vista, mentre l’altro, inizialmente perso di vista, l’ho rivisto di nuovo avvicinarsi». Si trattava di Mansouri, già noto all’agente. «Quando siamo arrivati a venti metri, la persona si è fermata, ci siamo qualificati dicendo: ‘Fermo, polizia’ e lui ha tirato fuori dalla tasca destra un’arma puntandomela contro. Nel frattempo avevo aperto il giubbotto e avevo fatto un passo per iniziare a rincorrerlo, ho estratto la pistola dalla fascia addominale e ho esploso un colpo in direzione del soggetto».
Nel verbale si legge che l’agente avrebbe riconosciuto Zack, lo pseudonimo di Mansouri; era stato recentemente fermato, e la sua idea non appena lo ha visto era quella di rincorrerlo, sostiene il poliziotto. Dopo il colpo è morto: «Era a faccia in su sdraiato a terra con la pistola a 15 centimetri, ho sentito l’esigenza di allontanare l’arma perché la persona rantolava. Avendo questa esigenza ho chiesto di fare delle foto. Ricordo che la sicura non era inserita e ho fatto delle foto. Quando hanno fatto le foto l’arma non era stata toccata. Il Mansour non era in grado di parlare». La versione del poliziotto ha sin da subito sollevato problemi negli accertamenti a causa dell’esigua presenza di testimoni e di telecamere.
Gli avvocati che rappresentano la famiglia Mansouri hanno mostrato perplessità; intervistata da Radio Popolare [1] pochi giorni dopo l’accaduto, l’avvocata Debora Piazza diceva: «L’ipotesi che il Mansouri avesse con sé una pistola a salve e l’abbia puntata contro un poliziotto che conosceva — perché è un dato certo e pacifico che si conoscessero, come detto anche dal poliziotto nel primo interrogatorio — sapendolo armato in quanto appartenente alle forze dell’ordine, desta in me fortissime perplessità. Se questa ricostruzione fosse vera, vorrebbe dire che quel pomeriggio Mansouri avrebbe deciso di suicidarsi». A inizio febbraio, inoltre, sono state condotte le prime analisi sul cadavere del ragazzo. Da quanto è emerso, quando è stato colpito, Mansouri avrebbe avuto la testa leggermente girata verso sinistra, elemento che suggerisce che non fosse in posizione pienamente frontale. «Il colpo era diretto, la traiettoria parallela al suolo e in quel momento [ndr. Mansouri] aveva la testa fortemente girata verso sinistra. La testa girata fa pensare che sia stato colpito mentre fuggiva» hanno spiegato i due legali della famiglia.
Alla condotta ambigua di Mansouri davanti a un noto agente delle forze dell’ordine, e alle analisi sul suo corpo si aggiunge un terzo elemento che rende ancora più oscura la vicenda: lunedì 9 febbraio, sono state condotte le prime rilevazioni sulla pistola a salve del giovane, ma non sono state trovate impronte digitali. «La pistola era sporca di fango, alcune tracce potrebbero non essere state rilevate», sottolinea tuttavia Marco Romagnoli – sempre ai microfoni di Radio Popolare [2], altro legale della famiglia di Mansouri; «bisogna attendere l’esito degli esami biologi. Ad aggiungere confusione, arriva il fatto che sul giubbotto di Mansouri sarebbe stata trovata una impronta di scarpa, come se il ragazzo fosse stato calpestato. A sostegno dell’agente, invece, la difesa ha rilasciato dichiarazioni sul proiettile estratto sostenendo che si possa «sospettare, vista la deformazione e le caratteristiche balistiche che prima di raggiungere il cranio abbia intercettato un bersaglio intermedio», e che esso abbia dunque colpito Mansouri dopo essere stato deviato.